Il dono delle lacrime

“Ma su, riposati su questo seggio, ed anche se afflitti, lasciamo comunque dormire nel cuore i dolori;
dal lamento che ci raggela non viene nessun guadagno.”
Iliade, libro XXIV, 523-525

Queste sono le parole che Achille dice a Priamo nel momento in cui nella sua tenda il vecchio re chiede a chi gli ha ucciso il figlio il corpo per farne le esequie. C’è invece chi parlato di dono; elaborate in forma libera un tema sul dono delle lacrime.

 

Era un caldo pomeriggio di giugno, quando una donna che stava percorrendo una strada molto trafficata sulla sua auto, avvertì uno strano rumore provenire dal motore.
Dopo pochi istanti la macchina si fermò in mezzo alla carreggiata con gli altri veicoli che le sfrecciavano accanto. Qualcuno dovette inchiodare, altri sterzare per evitare il peggio.
La donna atterrita dalla paura, cercò di riaccendere la macchina e, dopo alcuni tentativi ci riuscì, e spostò l’auto sul prato che costeggiava la strada.
Il peggio sembrava passato, ma adesso cosa poteva fare? Non aveva un cellulare e lì intorno non c’erano né negozi né cabine telefoniche.
Decise allora di scendere dalla macchina e di incamminarsi verso alcune case poco distanti per chiedere aiuto.
La donna era incinta al nono mese e non stava molto bene; questo rendeva la situazione più difficile.
Lungo il cammino la donna cominciò a piangere sia per lo spavento che si era presa, sia per la preoccupazione della situazione in cui si trovava.
Arrivata alla prima casa citofonò e spiegò l’accaduto. Chiedeva solo di fare una telefonata per avvertire il marito e farsi venire a prendere, ma la signora che le rispose disse che aveva il telefono rotto.
Questa era chiaramente un bugia e la donna incinta capiva anche il perché le era stata detta. Chi si fiderebbe di una sconosciuta che chiede di entrare in casa?
Provò a suonare ad altri citofoni, ma la risposta più educata che ricevette fu: “Non ci interessa”.
Si stava facendo tardi e la donna era sempre più stanca e preoccupata. Era in pensiero anche per il marito che probabilmente la stava cercando.
Si sedette su un marciapiede e si mise a piangere a dirotto. Erano lacrime di disperazione e senza accorgersi si mise a pregare.
Ad un certo punto una vecchina che tornava con il suo sacchettino della spesa, le si fermò accanto.
A differenza di altri passanti questa anziana signora non rimase indifferente a quelle lacrime e, come una preghiera che viene ascoltata, le offrì di salire in casa sua per fare quella telefonata e aggiunse che gli uomini dovrebbero sempre aiutarsi tra loro.
Aveva una casa piccola e umile, come era lei, ma calda e accogliente. Davanti ad una finestra, su una sedia a rotelle c’era un vecchio: stava lì immobile e in silenzio. La vecchia raccontò che suo marito una volta era arzillo e pieno di vita ma che, dopo una brutta malattia era diventato così. Man mano che parlava, l’anziana signora iniziò a piangere: erano lacrime di tristezza.
La donna incinta rimase molto colpita da quella famiglia, così povera e così sfortunata, ma con tanta voglia di aiutare il prossimo.
Dopo un po’ arrivò finalmente il marito della donna incinta e le due signore si salutarono con un abbraccio affettuoso come fossero state madre e figlia e cominciarono a piangere. Queste erano lacrime di commozione.
Per quanto possano sembrare identiche le lacrime hanno diversi significati e diversi sentimenti che le provocano.
Quando piangiamo, le nostre lacrime sono un segno visibile di ciò che proviamo dentro e anche quando vorremmo trattenerle non ci riusciamo perché sono l’espressione delle nostre vere emozioni: ecco perché, secondo me, sono da considerarsi un dono per l’uomo.
Comunque, per quanto questa storia possa sembrare inventata, in realtà è vera perché dopo pochi giorni da quell’avvenimento sono nato io e quella donna incinta era mia madre.

Samuele Anselmo, 1Asa

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Lacrime… un dono di tutti, un grande dono! Un dono incontenibile che esce quasi senza comando della mente, ma dal comando del cuore!
Mostrano molto i sentimenti che proviamo, sono lo specchio dei sentimenti che teniamo dentro. 
Non tutti purtroppo riescono a piangere; me ne sono accorta in parecchie occasioni. Molti pensano che quelle persone siano indifferenti a tutto e che non provino emozioni e che abbiano il cuore di ghiaccio. Anche io prima la pensavo così e mi chiedevo perché non piangessero quelle persone!
Poi crescendo ho capito; sono persone che esternamente non fanno trasparire i loro sentimenti, che soffocano in silenzio. Queste persone  a mio parere sono quelle che soffrono di più; non esternando i loro sentimenti non sono capite e non sono consolate; in realtà, però, se si scava sotto la corazza,  si scopre che sono più sensibili di altre.  Ricordo il mio caro nonno che, pur essendo malato gravemente, sorrideva e scherzava. Pensavo che non capisse che per lui era arrivato il  momento di lasciarci. Ma poi negli ultimi giorni ogni tanto il suo viso era solcato da una lacrima. Solo dopo ho capito quanto soffriva e quanto dentro il suo cuore era triste e consapevole.
E adesso vorrei avere il tempo di dirgli “piangi! Sfogati, io posso capire cosa stai passando!”.
Per quanto mi riguarda le lacrime sono un ottimo sfogo quando per troppo tempo non ho qualcuno con cui parlare e tengo le mie emozioni dentro. Molto spesso è meglio parlare con qualcuno che  capisce per fare in modo che la rabbia e la depressione non abbiano il sopravvento. Però, a volte, serve anche piangere da soli e farsi un esame di coscienza serve. 
Molti, in modo particolare i ragazzi, non piangono per  paura di essere definiti “femminucce”; trovo questo modo di pensare arretrato; tutti abbiamo bisogno di piangere qualche volta. È uno sfogo che serve per stare meglio, per esprimere sentimenti senza usare le parole, che spesso non rendono l’idea di quello che veramente si sta provando.
Si può piangere per mille motivi ; di dolore fisico, per tristezza, per delusione, per rabbia, per nervosismo, per stanchezza.
Ma si può piangere per fortuna anche di gioia, sono le lacrime più belle, legate  a un volto sorridente, soddisfatto.  
Sorriso e lacrime sono il massimo per esprimere la soddisfazione che si prova nel cuore.
Le lacrime sono insomma un grande dono, un grande mezzo per esprimere quello che attraverso un grande discorso non si riuscirebbe a dire. 
Se ben pensiamo è il primo strumento che la natura ci  mette a disposizione: un bimbo che non sa parlare piange per esprimere un disagio, e sorride per esprimere felicità.
Un mio consiglio: “Piangete!” Il pianto è una sana valvola di sfogo per il nostro cuore: lasciatevi consolare.. La lacrima non è segno di debolezza!

Arianna Baldelli, 1Asa

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Sono Michela, ho trentotto anni e un tumore al cervello in stadio avanzato. Ho anche due gemelli: Davide e Luca. Sono una parte dell’aria che respiro. Non ho marito. Non so neanche chi sia il padre dei bambini. Hanno sette anni. Troppo giovani per perdermi. Siamo una famiglia molto unita, non avendo altri familiari. L’oncologo mi ha detto che mi resta davvero poco: dai sei ai diciotto mesi.
Faccio l’insegnante di danza classica: mi commuove vedere delle piccole vite crescere, sviluppando la propria creatività. Lavoro insieme a Giorgia, che per tutti è “la zia Gio”, ma per me è la mia migliore amica, l’altra parte che compensa la mia aria, la persona che, se si unisse, a me diventerebbe perfetta. È l’unica che mi capisce, è l’unica che mi ascolta. Mi accompagna sempre alle visite oncologiche e mi tiene stretta, la mano, quando il dottore mi dà il responso di quanti mesi mancano al mio funerale oppure se sto migliorando. E quando usciamo da quella saletta
dell’ ospedale mi guarda negli occhi e scoppio in lacrime: quelle di una vita amara e ingiusta. Lei mi abbraccia e rimaniamo abbracciate, finché non capisco che è il momento di smetterla. È sempre così; lei lo sa, ma non si stanca di me, perché mi vuole bene, un bene dell’anima, e non del cuore perché i nostri cuori smetteranno di battere mentre le nostre anime vivranno per sempre. Piangiamo e piangiamo, ma alla fine non si riesce a essere tristi, perché siamo di natura vivaci e torniamo a sorridere.
Non sono mai stata una persona debole, ma in questi ultimi anni mi ritrovo la sera, dopo aver messo a dormire Davide e Luca e dopo aver finito di chiacchierare con Giorgia al telefono, a piangere perché questa vita tra poco finirà. Non ci si rende conto di quanto sia importante, finché non c’è la concreta possibilità di perderla. Non si può dire che in questi trentotto anni io non abbia vissuto, ma non si può dire neanche che sia pronta ad andarmene. Certe volte mi viene voglia addirittura di uccidermi e mi dirigo verso la cucina, ma quando passo vicino alla camera dei bambini, non ci riesco. E piango. Giorgia mi dice sempre che il più grande dono che un essere umano ha dopo l’amore, sono le  lacrime. Ha davvero ragione. Dice che rafforzano il carattere, ma anche se non fosse così, rilassano e rasserenano. Essere consolata da lei mi fa sentire bene. È una cosa che non si può spiegare come un problema di matematica. Mi mancherà.
Quelle sere penso anche ai miei figli: li farò essere tristi abbastanza da farli diventare degli uomini d’acciaio? Questa è l’unica cosa che posso fare per loro, che serva in futuro. Sono piccoli, ma sono convinta che Giorgia li crescerà bene, dato che verranno affidati  lei. Sarà una mamma perfetta. Lei non ha può avere figli e questo la rattrista molto: non può nemmeno adottarne uno, dato che è sola.
Oggi mi sono svegliata in ospedale: la bombola dell’ossigeno che mi aiuta a respirare, le flebo di chissà quale medicina nella vena e l’infermiera che attende il mio risveglio: che cosa ci faccio qui? Dove sono i bambini? Giorgia? Sto morendo?
I medici ritengono che, a causa di complicazioni, mi resta pochissimo: giorni, al massimo settimane. Il mio cuore inizia a battere più lentamente e vedo finalmente apparire la mia salvatrice che risponde ai miei dubbi. Non voglio andarmene. Il respiro si fa pesante, non mangio da giorni. Non riesco a trattenermi e verso ancora una volta lacrime amare e questa è l’ ultima volta. Lo sento, me ne sto andando. I bimbi sono a scuola, come faccio a salutarli? Loro capiranno che la mamma se ne è  andata in cielo a bere il caffè con gli angioletti, come dicevo sempre loro quando è morto il cane Billy? Per fortuna c’è Gio. Stammi vicina non te ne andare, ci scambiamo tante parole, quelle che rimangono nel cuore, che non si scordano, come il primo bacio. È una scena drammatica; chissà se io ricorderò tutto questo una volta passata la tappa della vita? Chissà, dove andrò dopo tutto questo, ma soprattutto potrò rivedere ancora i miei amori più grandi? Affoghiamo in questo lago di lacrime e sento sempre più lontana la mia anima.
Fino all’ultimo respiro, assaporo ogni momento, seppur triste. Si è deciso, me ne sto andando: andrò in un mondo migliore? Servirò ancora a qualcosa?
E singhiozzando riferisco queste ultime parole a voce bassa: “Ti amo di bene, ma non col cuore, con l’anima, perché il mio cuore sta smettendo di battere e la mia anima ti starà accanto per sempre”.
E camminando verso la luce, chiudo gli occhi pieni di lacrime un’ ultima volta.

Sofia Borella, 1Asa

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La cosa più importante del mondo è saper esprimere i propri sentimenti, e, per poterlo fare, ci servono le lacrime.
Le lacrime rispecchiano la felicità ma più delle volte il dolore, qualunque dolore, anche il più insignificante.
Ma non tutti hanno la capacità di versare lacrime, una di queste persone sono io.
Esse sono un dono che non ho.
A dieci anni morì una persona a me cara, la consideravo una zia, ma non era altro che un’amica dei miei genitori.
Piansi moltissimo, fino a finire quasi tutte le mie lacrime. Da quel momento pensai che nulla sarebbe stato più grave.
Ma adesso, vi racconto la mia storia …
… Seduta sui gradini, in giardino, guardavo il tramonto che calava all’orizzonte: le sue tonalità di rosso dipingevano il cielo e riflettevano sui tetti delle case il sole che sembrava una sfera di fuoco che si nascondesse dietro gli alberi e le case in lontananza.
Ormai era a metà, si stava per spegnere e, da un momento all’altro, ci saremmo trovati  nell’oscurità.
Abbassai lo sguardo all’interno della tonda tazza che avevo in mano, osservando attentamente l’oscillazione che produceva il tè, causato dai miei movimenti.
Appoggiai le labbra sulla ceramica e l’inclinai.
Il tè bollente, appena fatto, le toccò e un brivido mi percorse la schiena.
Per riscaldarmi le mani, le avvolsi intorno alla tazza.
I gradini erano piuttosto scomodi e freddi.
Mi guardai intorno e osservai che il giardino dei miei nonni era sempre ordinato: tante rose spuntavano dal terreno, tanti vasi disposti ovunque attiravano l’attenzione di tutti e le foglie cadute dagli alberi raccolte e messe in un angolo.
Alle mie spalle mia mamma, mia sorella, i miei zii e i miei cugini erano in casa.
Fuori ero da sola, per evitare la tensione creata a causa di un malore avuto da mio nonno.
Chiamammo immediatamente l’ambulanza e lo portarono via; con lui ci andarono i figli, ossia mio padre, due miei zii e mia zia. Gli altri restarono a casa.
La mia famiglia non faceva altro che parlare dell’accaduto, delle speranze che ci potevano essere o non essere; ma io non riuscivo ad ascoltarli. Per questo mi trovavo li fuori.
Feci girare un paio di volte la tazza, per mischiare lo zucchero che sicuramente si era depositato sul fondo.
Passato un po’ di tempo, fuori cominciava a fare freddo; in seguito cominciai ad avvertire agitazione in casa, quindi rientrai.
Posai cautamente la tazza nel lavandino e mi precipitai in sala, nella speranza di avere buone notizie.
Ma essa svanì in tre secondi: entrato in coma, mio nonno l’avevano portato a Lecco.
Mi mancava il respiro. Era cosi lontano dai noi..
Vedere mia nonna sul divano disperata mi faceva male, sapere mio nonno all’ospedale in coma, ancora di più.
Ma mi avrebbe aiutato questo male per provare a piangere?
Guardai in faccia tutti, uno a uno, e vidi solo visi disperati, pallidi e stanchi dopo soli venti minuti.
La tristezza dominava la stanza.
Chiusi gli occhi, ma una mano si posò sulla mia spalla e li riaprì all’istante.
Mi girai piano e vidi mia sorella, la quale mi abbracciò forte a sé. Poi si staccò e mi prese il viso tra le mani, dicendomi che sarebbe andato tutto bene.
Io annuii, ma a quello che disse ci credevo ben poco, perché la situazione stava degenerando.
Finalmente, smisero di parlare del nonno e nella stanza calò il silenzio, a volte interrotto da dei singhiozzi … non i miei.
Gli altri erano intenti a fare qualcosa, mentre aspettavamo una telefonata: chi si mangiava le unghie per il nervoso, chi giocherellava con la sciarpa, facendo dei nodi, chi scarabocchiava su dei bigliettini di carta …
L’unica ferma ero io. Pensavo solo a che cosa sarebbe successo in quei giorni.
Il silenzio fu di nuovo interrotto, ma questa volta non dai singhiozzi, ma dalla suoneria del telefono di casa.
Mia zia scattò in piedi sudata e si buttò sul telefono. La guardavamo ansiosi; lei intanto annuiva, sbuffava e si toccava la fronte contemporaneamente: brutto segno.
Posò il telefono lentamente, ci guardò e ci disse che il nonno aveva avuto un aneurisma.
Confusa dalla parola ne chiesi il significato e me lo spigarono; allora capì che il nonno era davvero grave.
Mi addormentai insieme a mia sorella e ai miei cugini, poco dopo, sul divano; ma, quando riaprì gli occhi, mi ritrovai nel letto del nonno insieme a loro.
Mi rigirai un paio di volte, sperando fosse solo un incubo, ma realizzai il contrario.
Poi mi ricordai che saremmo dovuti all’ospedale, quindi mi preparai.
Durante il viaggio, mi chiesi come l’avrei trovato, e risposi alla domanda solo quando lo vidi: era attaccato a tante macchinette ed era pieno di tubi: troppi.
Tirai un sospiro, gli strinsi forte la mano e la portai al cuore.
Dopo dieci minuti dovetti uscire per dare spazio agli altri.
La sera, tornati a casa, andai subito a letto; avevo bisogno di piangere, ma non ci riuscivo.
La mattina dopo dovetti andare a scuola; quindi mi lavai e mi vestì, ma quando stavo per uscire da casa, squillò il telefono di mio padre. Mi bloccai in corridoio e quando sentì le sue parole ebbi un sussulto: “E’ finita”.
Ripetei quella frase cento volte nella mia testa, non fermandomi e sperando che non significasse quello che temevo.
Ma purtroppo non era così: mio nonno mi aveva abbandonata.
Una lacrima mi rigò il viso e, non ricordandomi più il suo sapore, l’assaggiai: era dolce, dolce come il ricordo di mio nonno che invadeva la mia mente.
Finalmente ci ero riuscita, ma ad un prezzo molto alto.
Dopo l’esperienza che vissi a dieci anni avevo, dopo tanto tempo, conosciuto il dono delle lacrime.
Il loro dolore vero e proprio.

Giulia De Nino, 1Asa

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Per scrivere questo racconto sul “dono delle lacrime“, mi sono ispirato ad un passo del Vangelo; visto che questa affermazione racchiude un significato molto profondo, ho ritenuto opportuno fare riferimento ad un argomento che avesse un contenuto con un richiamo a qualcosa di spirituale.
Un tempo, una donna, una peccatrice entrò nella casa di uno dei farisei, sapendo che egli aveva invitato il Signore a mangiare da lui.
La donna portò un vaso pieno di profumo e stando sempre vicino ai piedi di Gesù cominciò a piangere e a bagnarli di lacrime.
L’atteggiamento di questa donna è molto strano, perché, in quel tempo, uomini e donne erano rigorosamente separati.
In quel banchetto c’erano solo uomini, le donne mangiavano da un’altra parte o al massimo potevano servire e poi andarsene velocemente.
Vista l’entità di quelle lacrime, dobbiamo presumere che questa donna avesse già conosciuto il Signore, altrimenti non si spiega una tale reazione; Gesù deve essere riuscito ad illuminare la parte oscura della sua vita.
La sua parola deve essere penetrata nel cuore ad una tale profondità da riuscire a distinguere i sentimenti e i pensieri che in esso sono racchiusi.
Noi non sappiamo quale sia stato il peccato di questa donna, poteva essere un’adultera oppure un’usuraia, quello che è certo è che ha peccato ed il peccato è sinonimo di fallimento.
Questa donna ha avuto il coraggio di non rispettare le abitudini comuni in quel tempo, non ha smesso un attimo di toccare i piedi di Gesù, umiliandosi davanti a tutti. Le sue lacrime sono un dono straordinario ed il segno che quella donna ha riconosciuto il proprio peccato e vuole fare penitenza.
Da quel giorno quella creatura non è stata più la stessa e Gesù, che sa leggere nel profondo del nostro cuore, ha capito e colto il vero cuore di quella donna.
Da questo racconto possiamo quindi interpretare il significato profondo del dono delle lacrime.
Da dove nascono queste lacrime che talvolta non riusciamo a trattenere ? Sicuramente sgorgano quando viene toccato qualcosa nel nostro profondo: quando la sofferenza ci fa a pezzi, ma anche quando ci sconvolge il dolore per un altro o ci commuove la sua debolezza versiamo lacrime di dolore; ma possiamo versare anche lacrime di gioia, quando siamo felici per l’amore che riceviamo oppure anche quando siamo commossi per esserci ritrovati.
Secondo me non bisogna avere vergogna di piangere, perché le lacrime non sono segno di fragilità ma dimostrano di avere una personalità matura.
La persona disperata, quella crudele e quella troppo sicura di sé stessa non sanno piangere, perché il loro cuore è duro come una pietra.
Penso anche che le lacrime siano la massima espressione di quello che una persona ha nel proprio cuore e molte volte sanno dire molto di più delle parole.
Poi ci sono lacrime finte che infastidiscono, perché sono frutto di un semplice capriccio ma non sono vere lacrime, sono solo l’espressione di una persona che è rimasta infantile e piange per il gusto di far fuoriuscire dell’acqua dai propri occhi.

Davide Matera, 1Asa

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Questa è la storia del generale Alfred, un generale rispettato da tutti nel campo militare. Nessuno l’aveva mai conosciuto veramente; i pochi che avevano avuto l’occasione di conoscerlo gli attribuivano sempre i soliti aggettivi: freddo, posato, impassibile. Era un uomo così freddo e di poche parole e i soldati lo soprannominavano “il generale di ghiaccio”. Egli non piangeva mai, cercava di frantumare il dolore, causato dal susseguirsi delle guerre, in piccoli pezzi che si ammassavano giorno dopo giorno nella sua anima. La sua vita non era per niente facile: arruolava i soldati, li vedeva “crescere” in quei pochi giorni di addestramento e li vedeva morire uno dopo l’altro in guerra… Era un dolore pesante come un macigno da sopportare, eppure lui sembrava sempre così composto, quasi come se fosse del tutto indifferente a ciò che accadeva sotto ai suoi occhi. Era un uomo che non amava stare in compagnia, infatti non aveva amici. Anche in famiglia non gli era rimasto più nessuno. Si poteva definire uno degli uomini più solitari del pianeta!
Lui era diverso da tutti gli altri generali perché dopo la battaglia, di solito, i generali, scendevano sul campo per controllare la terrificante situazione, mentre lui non scendeva mai sul campo, non voleva vedere i suoi sbagli, non voleva vedere i corpi dei giovani uomini senza vita. I soldati che rimanevano alla base si stupivano di questa sua superficialità; secondo loro era un uomo senza cuore. Un giorno, mentre stava sistemando la sua divisa, si accorse che dietro ad una spilla di riconoscimento donatagli dallo Stato, c’era una frase ormai quasi illeggibile che recitava “ad un uomo con un grande cuore”. Egli rimase a pensare per qualche istante, si domandò con che coraggio aveva potuto accettare quella spilla, lui che non riusciva neanche a versare una lacrima per tutti quei soldati là fuori. Proprio in quel momento si stava svolgendo una battaglia molto importante e come al solito lui si chiuse nel suo ufficio ad aspettare che qualcuno lo avvertisse che la battaglia era finita. Si sedette su una poltroncina di pelle di colore rosso e continuava a guardare quella spilletta. “Ma quale grande cuore?!” si ripeteva in continuazione “non ho neanche il coraggio di andare a piangere i miei fratelli morti in battaglia, figurati se ho un cuore!”
Un tenente aprì la di scatto la porta della stanza e disse al generale che il conflitto si era concluso e che il nemico si stava allontanando dal fronte. Il tenente gli chiese con tono distaccato, quasi sicuro della sua risposta negativa, se volesse andare a controllare sul campo. Troppe volte il generale aveva risposto con un rifiuto. Ma questa volta Alfred decise di andare contro le sue paure e rispose con un potente “sì!”. Il tenente rimase stupito e accompagnò immediatamente il generale sul campo. Ci vollero meno di dieci minuti in camion per arrivare sul posto; appena il mezzo si fermò, Alfred si precipitò fuori e lì vide ciò che aveva rifiutato di vedere da anni…un mare di corpi senza vita. In quel momento non fece più distinzione tra i suoi soldati e quelli del nemico… gli sembravano tutti uguali…erano come bambole l’una sull’altra. Pochi i superstiti che vagavano in cerca di aiuto. In quel momento si sentì un omicida, si odiava talmente tanto che avrebbe preferito morire! Sentì un brivido che gli attraversò la schiena e arrivò fino alla punta delle dita, si sentiva il fuoco dentro, gli occhi cominciarono a inumidirsi e subito scoppiò in un pianto. Urlava il Generale, piangeva quei giovani ragazzi che aveva mandato a morire. I pochi sopravvissuti sentirono quelle urla e non credettero ai loro occhi… il generale era lì! Si avvicinarono per capire cosa stesse succedendo e si accorsero immediatamente che stava piangendo. Quello era il pianto di un uomo abbattuto che per anni aveva cercato di sopprimere un dolore troppo grande e ,alla fine, non ce la faceva più. Dagli occhi dei soldati cominciarono a sgorgare lacrime; in quell’istante rivalutarono l’uomo che li aveva arruolati. Non era più “il generale di ghiaccio” ma era un uomo con dei sentimenti, con debolezze e paure.
Dopo una ventina di minuti, il generale si calmò e smise di piangere, alzò gli occhi al cielo cinereo come segno di liberazione, una parte di quel dolore represso era svanito. Guardò i soldati uniti attorno a lui e fece loro segno di seguirlo sul camion. Salirono tutti e si diressero verso una zona più sicura, la base.
Da quel giorno il generale, tutte le volte che si concludevano le battaglie, si recava sul campo a piangere e a pregare per tutti quei giovani uomini che avevano perso la vita. Le lacrime che aveva imparato a versare e che credeva fossero un segno di debolezza in realtà conquistarono il rispetto dei suoi uomini. Il pianto di quel giorno lo trasformò, lo aiutò a liberarsi di un peso.
Spesso si dice che piangere aiuta a “scaricare” il dolore che ci opprime, ma si piange anche di gioia e di commozione: in ogni caso, che sia per tristezza o per felicità, chi piange dimostra umanità e sentimenti.

Arianna Sannino, 1Asa

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Pietro era un individuo che potremmo incontrare tutti i giorni in una qualsiasi città del mondo.
Vestiva i panni modesti di un rappresentante e combatteva le sue battaglie quotidiane, i piccoli problemi, le frustrazioni e il caos di un’esistenza  insignificante. Non si accaniva contro il destino che gli aveva tolto la persona che più amava, sua figlia; semplicemente si adattava al grigiore della sua vita, come fosse la cosa più naturale.
Dopo il lavoro aveva l’ abitudine di sedersi su una panchina del piccolo parco dietro casa, come per rimandare il momento in cui si sarebbe trovato a fissare le pareti di casa sua. Guardava la gente passare, sorridere o discutere, ma tutto sempre avvolto come in una nebbia d’indifferenza.
Un pomeriggio, mentre si avvicinava alla solita panchina, vide una ragazza seduta di lato. Gli ricordava sua figlia: capelli scuri, cappotto blu ed una borsa grande quasi quanto lei.
Era leggermente infastidito dalla sua presenza ma si sedette comunque, sperando che l’altra prima o poi se ne andasse. Invece rimase immobile quasi non si fosse accorta di lui.
Guardandola di sottecchi fu colpito dall’espressione dei suoi occhi, tristi e rassegnati, come di qualcuno che abbia già preso “una decisione” dolorosa, ma obbligata. E in un attimo rivide in lei la stessa angoscia e la stessa confusione che avevano portato sua figlia alla morte.
D’istinto le rivolse la parola, come una banale conversazione e cominciò a raccontare di sua figlia.
La ragazza sembrava non ascoltare, completamente immersa nei suoi pensieri. L’uomo si stupiva di ciò che stava facendo; non parlava così tanto con una persona da molti anni, ma continuò come se fosse l’unica cosa da fare in quel momento.
Improvvisamente la ragazza si girò, lo guardò, come se lo vedesse per la prima volta e gli chiese il nome di sua figlia.
Questo barlume d’interesse lo convinse d’essere sulla strada giusta, quindi continuò a ricordare per lei quanto era accaduto. Emozioni fino ad allora soffocate, finalmente stavano riaffiorando e i suoi occhi si inumidirono per la commozione.

Stefano Smit, 1Asa

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