Se questo è un uomo

Primo Levi
Se questo è un uomo
Einaudi editore, 1958

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987), è una delle figure emblematiche della letteratura italiana; scrittore e poeta, con una laurea in chimica, è autore di numerosi racconti e romanzi, oltre a diversi sagge e memorie. Reduce da Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo” nel 1947. Einaudi lo accolse solo nel 1958 nella collana “Saggi” ed è tutt’ora costantemente ripubblicato.

 

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“Se questo è un uomo” di Primo Levi è un romanzo all’interno del quale l’autore racconta la sua permanenza, in quanto ebreo, nel campo di concentramento nazista di Auschwitz, in Polonia.
L’arrivo al campo fa seguito a un lungo viaggio che, cominciato il 22 febbraio 1944, vede Primo Levi e altri 650 deportati ebrei stipati all’interno di vagoni merci. Le condizioni nelle quali i prigionieri affrontano il viaggio sono terribili: essi sono ammassati l’uno sull’altro, vecchi e bambini, uomini e donne. 
Molti di loro muoiono proprio durante la deportazione. 
Giunti al campo di concentramento, viene ordinato loro di spogliarsi e dichiarare se sono abili o meno al lavoro. Solo i primi potranno continuare a “vivere”. Sebbene la menzognera scritta “Il lavoro rende liberi” posta all’ingresso del campo possa far credere diversamente, i prigionieri intuiscono presto di essere destinati a morte certa.
I lavori forzati sono estenuanti, i pasti poverissimi (una fetta di pane e della zuppa). Ciò che più mi ha impressionato sono i tentativi che gli internati attuano per migliorare la loro miserabile esistenza: fanno in modo che la parte di zuppa destinata loro sia quella posta più in basso nella pentola, poiché più sostanziosa; allenano l’udito al fine di accorgersi, di notte, se la coppa-orinatoio sta per riempirsi, perché l’ultimo ad usarla prima che tale condizione si avveri è costretto a trasportarla, nel gelo della notte di Auschwitz e con le ginocchia nella neve, per vuotarla.
Molti deportati non sono più uomini, ma solo spettri che si trascinano da una parte all’altra del campo. Solo pochi, i “salvati”, hanno conservato un briciolo di umanità, che permette loro di non disperare nell’avvenire e di continuare a lottare per la sopravvivenza. 
I “sommersi” sono invece rassegnati alla morte nelle camere a gas.
Levi ha modo di sviluppare alcune amicizie, come quella con Alberto. Questi viene infine destinato alla tragica marcia della morte, nella quale i prigionieri devono percorrere enormi distanze inutilmente, solo per sottrarsi all’arrivo dei sovietici liberatori.
Primo Levi cerca di analizzare, e lo fa con una obiettività e competenza spiazzanti, l’animo e la psicologia umani. L’autore si concentra così sulla “zona grigia”, che comprende gli internati i quali, in virtù di una collaborazione coi capi del campo, possono godere della condizione di privilegiati. Proprio loro, spesso, si rendono protagonisti di angherie nei confronti dei compagni internati. 
Ma chi può condannare un uomo perché ha commesso un furto ai danni di un proprio compagno, in una condizione di totale assenza di umanità come quella che vige nel lager? È a questa diffusa mancanza di umanità che allude il titolo del libro: uomini non sono i nazisti che hanno perpetrato tali sofferenze, così come non è più uomo colui che le ha subite.
“Se questo è un uomo” è un insieme di sentimenti forti e situazioni toccanti, ma allo stesso tempo stimola ragionamenti profondi anche sul senso della vita e sarebbe impossibile racchiudere tutti questi concetti in una recensione. Levi ha scritto questo libro tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947 e il linguaggio che egli adopera, asciutto e per questo incisivo, tradisce il desiderio dell’autore di far conoscere quanto prima il dramma della prigionia nei campi di concentramento nazisti.
Trovo questo libro uno dei più interessanti che io abbia mai letto: la concentrazione e il coinvolgimento nel racconto erano tali da impedirmi di staccarne gli occhi. 
Ho guardato, sul web, alcuni video di interviste di Primo Levi e, dal modo in cui parla e in cui ragiona, mi sembra impossibile che si sia suicidato e che la causa di tale suicidio siano stati i traumi subiti nel lager (le circostanze della sua morte non sono chiare). Ciononostante, non è raro sentire di traumi che, apparentemente archiviati in età adulta, si ripresentano in quella più avanzata.
Sebbene trovi molto interessante il contenuto del libro, sento di non condividere appieno la feroce invettiva contenuta nella poesia “Se questo è un uomo” che precede il libro stesso.

Bruno De Marini 4As, 2012

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