Il giardino degli italiani

L’individualismo, la tendenza a diffidare dei propri conterranei e del prossimo in generale, è un problema che riguarda molto da vicino l’Italia. Le cause sono forse da ricercarsi nella storia di questo Paese: la prolungata assenza di uno stato unitario (la colpa, diceva Machiavelli, è da attribuire alla Chiesa), la frammentazione territoriale e la necessità, causata dalle tante miserie che gli italiani nella loro storia hanno patito, di “cavarsela da soli”.
Esempi dell’individualismo degli italiani sono più che mai recenti, quando non quotidiani. E’ frequente, in Italia, che un automobilista non lasci attraversare la strada a un pedone che pure si trovi sulle strisce pedonali. Se l’autista è sgarbato, può accadere che il tentativo da parte del pedone di attraversare ugualmente la strada venga punito con un colpo di claxon, magari condito da qualche imprecazione dell’automobilista. Una situazione del genere non accade in Gran Bretagna, dove i guidatori sono estremamente osservanti delle regole stradali: lì le strisce pedonali, considerate dagli inglesi ormai desuete e superflue, sono state sostituite da semplici semafori lampeggianti mentre in altri casi addirittura cancellate.
Un’altra manifestazione dell’individualismo dell’italiano medio proviene dai siti turistici e in particolare dalle spiagge. E non si tratta necessariamente di spiagge estere, ma soprattutto di quelle italiane, nelle quali egli si sente in diritto di lasciare i propri rifiuti, come lattine, bicchieri e altri oggetti di vario tipo. Si potrebbe, in questo caso, parlare di semplice maleducazione, se non fosse invece evidente sintomo di individualismo: i turisti stranieri, magari tedeschi, danesi o olandesi, non sono più educati degli italiani in questo, infatti un’attenta osservazione dei turisti sulle spiagge dimostrerebbe che molto spesso sono alcuni di loro che, trovandosi in Italia, Paese a loro straniero, non sono interessati a mantenerne la decenza, e quindi abbandonano i loro rifiuti nascondendoli (se sono cortesi) nella sabbia; essi tuttavia mai si permetterebbero (andrebbero contro il loro interesse!) di sporcare le loro (eventuali) spiagge, perché oltraggerebbero il loro “habitat”, di cui essi vanno assai fieri. L’italiano, invece, sporca le sue stesse spiagge, perché non sente come propri gli ambienti del suo Paese. L’insensatezza di questo comportamento è evidente: è come se un bambino, abituato colpevolmente a sporcare o rovinare i banchi scolastici perché non sono oggetti suoi, tornasse a casa e cominciasse a fare lo stesso con i mobili casalinghi, e nessuno dicesse niente!
La tendenza a sminuire tutto ciò che è italiano, la consapevolezza che questo suo atteggiamento regala di lui un’idea all’estero tutt’altro che positiva (solitamente dell’uomo rozzo, focoso ma donnaiolo, furbo ma mafioso) non fa che ringalluzzire l’italiano medio, legittimandolo a proseguire in questa discutibile mostra di sé. 
Per quanto concerne il rapporto tra governato e governante, l’italiano, forse comprensibilmente, ha un atteggiamento estremamente rancoroso nei confronti della politica e prova gusto nell’infrangere, per dispetto, le leggi che essa ha promulgato.
Margarethe Von Trotta, nel suo articolo “Insensibili al bene comune” ha parlato di una possibile influenza della classe politica sul comportamento dell’italiano. Questo è plausibile, se si pensa all’atteggiamento di diffidenza che alcuni rappresentanti di tale classe hanno riservato, o riservano tuttora, alla magistratura. Se ci si sofferma, ad esempio, sulla latitanza messa in atto dal carismatico Bettino Craxi, non si può non notare che uno dei più importanti statisti del Paese ha dato mostra di un tutt’altro che socratico rapporto con la giustizia, e non si vede come mai, dice Von Trotta, il concetto di bene comune possa essere compreso da un piccolo impiegato pubblico, quando è invece ignorato dalle alte sfere dello Stato.
Se l’italiano non sempre gode di un’eccellente reputazione all’estero, la situazione non migliora di molto nella penisola, dove viene talvolta evidenziato un poco fraterno rapporto tra connazionali: per esempio, basta dare un rapido sguardo agli annunci di vendita di automobili per accorgersi che, in molte descrizioni di automezzi provenienti da Napoli, il venditore si affretta a precisare: “Automobile proveniente dal Nord!”. Questo è solo un insignificante esempio, ma forse rivela che tra gli italiani regni una sorta di diffidenza, una tendenza a controllarsi a vicenda. 
Riguardo a questo, ho sempre pensato che non mi sarebbe dispiaciuto ci fosse, anche tra gli italiani, uno spirito di complicità costruttiva, l’idea di appartenere tutti a una grande famiglia. Non è un’idea utopica, negli Stati Uniti questo avviene, lì c’è un concetto di patria. Dall’altro lato, non posso far altro che pensare a ciò cui questo “spirito della patria” ha condotto, nella nostra penisola, in un passato abbastanza recente: certamente il fascismo ripudiava l’individualismo, obbligava anzi che si facessero delle imponenti sfilate e organizzava associazioni in cui regnasse uno spirito cameratesco, tuttavia si può pensare che tutto ciò fosse essenzialmente ritualistico, che l’orgoglio della patria fosse una più o meno consapevole finzione, che in realtà ognuno “coltivasse il proprio giardino”. Quest’ultima espressione chiude il Candido di Voltaire, e sebbene in quel frangente fosse usata con accezione positiva, oggi essa suona tremendamente amara: l’individualismo porta in realtà alla mancanza di benessere collettivo, a problemi di tipo sociale difficilmente estirpabili, al disgregamento di un’idea di bene comune. E il caso italiano lo dimostra appieno.

Bruno De Marini, 4As, 2012

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