Capo Espiatorio

Aranka Siegal - Capo espiatorio

 

Aranka Siegal
Capo espiatorio
E.Elle editore, 1993

 

 

 

 

 

 

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RECENSIONE: POESIE
AUTORE: PABLO NERUDA
TRADUZIONE DI SALVATORE QUASIMODO
“Questo libro è dedicato a coloro che non sono sopravvissuti. Il loro ricordo non perirà.
Auschwitz non è riuscito a rompere i legami di amore e amicizia che mi hanno aiutata a sopravvivere e che vivranno in me fino al termine dei miei giorni”.
Ecco le parole di Aranka Siegal, la Piri del libro, nata in Ungheria nel 1929.
La scrittrice ha vissuto in prima persona tutto l’orrore e soprattutto la crudeltà della seconda guerra mondiale.
Piri è una ragazzina Ungherese di appena dieci anni che viene travolta dalla guerra e dal nazismo. Prima dello scoppio della guerra questa bambina viveva in serenità e tranquillità a contatto con tutti i suoi coetanei, nonostante la sua religione. In seguito, però, diventa sempre più consapevole dei cambiamenti che stavano avvenendo e prende atto, con dolore, delle misure sempre più restrittive e violente contro la sua comunità, quella ebraica.
Verrà infatti trasportata assieme a parte della sua famiglia nel ghetto, dove rimarrà in condizioni disagiate, assieme a tutti gli ebrei abitanti della loro città, per poco più di due settimane, prima di partire, a loro insaputa per Auschwitz (i Nazisti, furbi, inventarono un espediente per far si che non si facessero prendere dal panico).
Nonostante la sua tenera età imparerà a resistere e a lottare, fino a che, nel 1945, con la fine della guerra, viene liberata assieme alla sorella dal campo di concentramento e si trasferisce negli Stati Uniti.
Questo libro aiuta a riflettere sul fatto che non solo gli ebrei che vivevano in Germania venivano esportati e maltrattati, ma tutti gli ebrei, o anche solo figli di figli di ebrei di ogni parte del mondo. Bastava una lontanissima parentela per essere considerati ebrei.
Per concludere, basta leggere il titolo per comprendere la storia del libro. Infatti, “capro espiatorio” è il termine utilizzato anticamente durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme. Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando il sommo sacerdote caricava tutti i peccati del popolo su un capro e poi lo mandava via nel deserto. Il rito viene descritto dalla Bibbia. Esso di conseguenza fa subito pensare a come queste persone, aventi una tradizione religiosa particolare, siano sempre state e sempre saranno, per qualche ignoto motivo, perseguitate e non capite.

Uggeri, 5Asa a.s. 2015/16

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