Essere senza destino

Essere senza destino

Imre Kertész
Essere senza destino
Feltrinelli editore, 1999.

 

 

 

 

 

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A volte ci si ritrova di fronte a libri che vanno oltre noi, che sono semplicemente più grandi dell’essere umano.
Libri che non hanno un ingresso immediato nella nostra sfera di comprensione.
Ogni singolo racconto che parli dell’olocausto è in sé unico e portatore di emozioni, conoscenza, storia. Ma, in aggiunta a questo, “Essere senza destino” di Kertész ha alla base un pensiero che trascende ogni immaginazione su come sia stato vivere Auschwitz.
Essere senza destino narra di un giovane ragazzo ungherese, Gyurka, il quale vive una situazione familiare non del tutto semplice, per cui è costretto a stare con il padre per ordine del tribunale.
In virtù di ciò, Gyurka assimila i fattori esterni, del tutto privi di senso morale, come normali e quindi come fatti coerenti al vivere umano.
L’adolescente è quindi schiavo di un mondo che conosce poco e dove subisce ogni suo cambiamento. Proprio questo lo porterà a non comprendere e non farsi un’idea propria, nel momento in cui il padre viene chiamato al periodo di lavoro obbligatorio.
Passa qualche tempo e Gyurka, privo di punti di riferimento, viene assunto in una fabbrica poco distante da casa sua.
Un mattino però, il tram che tutti i giorni lo porta al lavoro viene fermato e vengono fatti scendere tutti coloro che portano la stella di Davide.
Fatti marciare, spogliare e infine rinchiusi in un vagone diretto a Ovest, dove, per quelli che sono, a loro insaputa, i deportati viaggiano verso una nuova possibilità di lavoro in Germania.
Auschwitz. Questo è ciò che li aspetta.
Morte. Ciò che di loro sarà.
Vengono subito divisi in coloro ritenuti adatti al lavoro e in quelli non utili.
Gyurka viene preso per lavorare mentre molti vengono condotti nelle camere a gas.
Non subito i nuovi arrivati si rendono conto della fine fatta dai propri compagni, ma anche dopo essere giunti a conoscenza dell’utilizzo che è fatto dei forni, essi non rimangono sconvolti, bensì ciò che prende possesso dei loro stati d’animo è l’indifferenza.
“ Ma questo genere di esperienze, in fondo, ancora non mi sconvolgeva realmente “dice il protagonista.
“ Un campo di concentramento non offre una reale possibilità di abituarsi “.
Questi sono due semplici passi del racconto che aiutano a comprendere come un campo di concentramento potesse offuscare la mente umana, rendendola schiava di folli gesti.
Successivamente vengono condotti a Bunchenwald , dove avviene un ulteriore selezione che porta Gyurka a ritrovarsi a Zeitz.
Qui, il giovane deportato incontra Bandi Citrom, il quale gli insegna come sopravvivere al campo e alle sue crudeltà.
Non dormono quasi mai, il cibo è scarso, il freddo insopportabile e le malattie si susseguono giorno dopo giorno,.
“ Ogni giorno venivo sorpreso da qualcosa di nuovo, da un nuovo difetto, da una nuova oscenità che colpivano questo oggetto sempre più strano, sempre più estraneo, che pure era stato un buon amico: il mio corpo. Non riuscivo più nemmeno a osservarlo senza provare un sentimento ambiguo, un brivido d’orrore ”.
Questo lo porta a concentrarsi solo su se stesso, ad avere riguardo solo per la propria sopravvivenza, lasciando da parte tutto ciò che lo circonda.
In breve tempo Gyurka va incontro ad una grave infiammazione al ginocchio per la quale viene condotto all’ospedale di Bunchenwald. Tale luogo rappresenta la sua rinascita.
Trattato come uomo, in lui rinasce quel senso di libertà che forse non si era mai espresso a pieno in tutta la sua vita.
“ Io, invece, vivevo ancora, non vi era alcun dubbio, era un vivere stentato, in un certo senso ridotto al minimo, eppure qualcosa ancora ardeva in me, la fiamma della vita ….
…. Dall’altra parte c’era il mio corpo, sapevo tutto di lui, solo che in un certo senso io non mi trovavo più li dentro”.
È questo suo allontanarsi dal proprio corpo, facendo prendere piede alla sua profondità, alla sua anima, che lo salva dalle atrocità del campo.
La salute di Gyurka migliora e a distanza di poco tempo il giorno della liberazione arriva,è il 27 Gennaio del 1945.
Tornato a casa, tra chi gli domanda di Auschwitz e chi non crede a tutto ciò continuerà la propria vita, che non sarà più la stessa.
“ Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli orrori, sebbene per me proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Si, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno.
In queste frasi sta proprio la superiorità di un pensiero che agli occhi di noi fatui conoscitori di storia sembrerebbe risultare incoerente, o meglio inconsistente.
Chi parlerebbe di felicità di fronte a ciò che noi conosciamo di ciò che Auschwitz è stato?
Chi penserebbe, anche un solo istante, ad accostare la felicità alla deportazione degli ebrei?
Chi?
Un uomo che tutto ciò l’ha vissuto e crede che vivere un campo di concentramento sia frutto di una serie di scelte che l’uomo ha compiuto e non il semplice scorrere di un destino già scritto.
Un uomo che, prova a raccontare e tramandare la leggera felicità vissuta, in qualche attimo, in un campo di concentramento e che, nonostante tutto, è riuscito a rimanere “uomo”.

Gabriele Migliori, 5Asa a.s. 2015/16

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