Essere senza destino

Essere senza destino

Imre Kertész
Essere senza destino
Feltrinelli editore, 1999.

 

 

 

 

 

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A volte ci si ritrova di fronte a libri che vanno oltre noi, che sono semplicemente più grandi dell’essere umano.
Libri che non hanno un ingresso immediato nella nostra sfera di comprensione.
Ogni singolo racconto che parli dell’olocausto è in sé unico e portatore di emozioni, conoscenza, storia. Ma, in aggiunta a questo, “Essere senza destino” di Kertész ha alla base un pensiero che trascende ogni immaginazione su come sia stato vivere Auschwitz.
Essere senza destino narra di un giovane ragazzo ungherese, Gyurka, il quale vive una situazione familiare non del tutto semplice, per cui è costretto a stare con il padre per ordine del tribunale.
In virtù di ciò, Gyurka assimila i fattori esterni, del tutto privi di senso morale, come normali e quindi come fatti coerenti al vivere umano.
L’adolescente è quindi schiavo di un mondo che conosce poco e dove subisce ogni suo cambiamento. Proprio questo lo porterà a non comprendere e non farsi un’idea propria, nel momento in cui il padre viene chiamato al periodo di lavoro obbligatorio.
Passa qualche tempo e Gyurka, privo di punti di riferimento, viene assunto in una fabbrica poco distante da casa sua.
Un mattino però, il tram che tutti i giorni lo porta al lavoro viene fermato e vengono fatti scendere tutti coloro che portano la stella di Davide.
Fatti marciare, spogliare e infine rinchiusi in un vagone diretto a Ovest, dove, per quelli che sono, a loro insaputa, i deportati viaggiano verso una nuova possibilità di lavoro in Germania.
Auschwitz. Questo è ciò che li aspetta.
Morte. Ciò che di loro sarà.
Vengono subito divisi in coloro ritenuti adatti al lavoro e in quelli non utili.
Gyurka viene preso per lavorare mentre molti vengono condotti nelle camere a gas.
Non subito i nuovi arrivati si rendono conto della fine fatta dai propri compagni, ma anche dopo essere giunti a conoscenza dell’utilizzo che è fatto dei forni, essi non rimangono sconvolti, bensì ciò che prende possesso dei loro stati d’animo è l’indifferenza.
“ Ma questo genere di esperienze, in fondo, ancora non mi sconvolgeva realmente “dice il protagonista.
“ Un campo di concentramento non offre una reale possibilità di abituarsi “.
Questi sono due semplici passi del racconto che aiutano a comprendere come un campo di concentramento potesse offuscare la mente umana, rendendola schiava di folli gesti.
Successivamente vengono condotti a Bunchenwald , dove avviene un ulteriore selezione che porta Gyurka a ritrovarsi a Zeitz.
Qui, il giovane deportato incontra Bandi Citrom, il quale gli insegna come sopravvivere al campo e alle sue crudeltà.
Non dormono quasi mai, il cibo è scarso, il freddo insopportabile e le malattie si susseguono giorno dopo giorno,.
“ Ogni giorno venivo sorpreso da qualcosa di nuovo, da un nuovo difetto, da una nuova oscenità che colpivano questo oggetto sempre più strano, sempre più estraneo, che pure era stato un buon amico: il mio corpo. Non riuscivo più nemmeno a osservarlo senza provare un sentimento ambiguo, un brivido d’orrore ”.
Questo lo porta a concentrarsi solo su se stesso, ad avere riguardo solo per la propria sopravvivenza, lasciando da parte tutto ciò che lo circonda.
In breve tempo Gyurka va incontro ad una grave infiammazione al ginocchio per la quale viene condotto all’ospedale di Bunchenwald. Tale luogo rappresenta la sua rinascita.
Trattato come uomo, in lui rinasce quel senso di libertà che forse non si era mai espresso a pieno in tutta la sua vita.
“ Io, invece, vivevo ancora, non vi era alcun dubbio, era un vivere stentato, in un certo senso ridotto al minimo, eppure qualcosa ancora ardeva in me, la fiamma della vita ….
…. Dall’altra parte c’era il mio corpo, sapevo tutto di lui, solo che in un certo senso io non mi trovavo più li dentro”.
È questo suo allontanarsi dal proprio corpo, facendo prendere piede alla sua profondità, alla sua anima, che lo salva dalle atrocità del campo.
La salute di Gyurka migliora e a distanza di poco tempo il giorno della liberazione arriva,è il 27 Gennaio del 1945.
Tornato a casa, tra chi gli domanda di Auschwitz e chi non crede a tutto ciò continuerà la propria vita, che non sarà più la stessa.
“ Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli orrori, sebbene per me proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Si, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno.
In queste frasi sta proprio la superiorità di un pensiero che agli occhi di noi fatui conoscitori di storia sembrerebbe risultare incoerente, o meglio inconsistente.
Chi parlerebbe di felicità di fronte a ciò che noi conosciamo di ciò che Auschwitz è stato?
Chi penserebbe, anche un solo istante, ad accostare la felicità alla deportazione degli ebrei?
Chi?
Un uomo che tutto ciò l’ha vissuto e crede che vivere un campo di concentramento sia frutto di una serie di scelte che l’uomo ha compiuto e non il semplice scorrere di un destino già scritto.
Un uomo che, prova a raccontare e tramandare la leggera felicità vissuta, in qualche attimo, in un campo di concentramento e che, nonostante tutto, è riuscito a rimanere “uomo”.

Gabriele Migliori, 5Asa a.s. 2015/16

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L’arte di ascoltare

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Plutarco
L’arte di ascoltare
A.Mondadori editore, 2004

 

 

 

 

 

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Imparare a parlare bene non basta. Se vogliamo usufruire delle parole di chi vuole trasmetterci un sapere, bisogna anche sforzarci di ascoltare bene. Questa è, in poche parole, la tesi di Plutarco ne L’arte di ascoltare. Ciò che viene esaminato in questo breve trattato è l’ascolto come “condizione necessaria per qualunque apprendimento”.
In alcune pagine, Plutarco esamina i principali ostacoli che si frappongono a un ascolto efficace e i mezzi per superarli. Innanzitutto sono i nostri difetti morali a impedirci d’imparare ascoltando gli altri. Tra questi ci sono: l’invidia e l’ammirazione (che ci fa accettare qualunque cosa venga detta) nei confronti di coloro che hanno talento nell’arte oratoria. Questo è una delle idee portanti di questo libro. La responsabilità della trasmissione della conoscenza e della virtù non è unicamente della persona che trasmette, cioè dell’educatore. Essa è, e in ugual misura, anche di chi riceve.
Ascoltare non vuol dire che lo studente debba stare in silenzio. Le domande sono più che benvenute pur che siano all’altezza del discorso iniziale. Plutarco critica le domande futili o irrilevanti così come quelle relative a questioni di cui l’oratore non ha conoscenza o il cui il solo obiettivo è quello di contraddirlo. Egli mette inoltre in guardia chi vuole migliorarsi a livello morale da due difetti nell’ascolto: uno consiste nell’essere indifferenti alle critiche degli altri, prendendole alla leggera, senza dare la giusta importanza; l’altro, al contrario, è quello di essere troppo sensibili alle critiche, dando prova di una suscettibilità che ci porta a voltare le spalle a coloro i cui consigli e il cui sguardo ci avrebbero aiutato a conoscerci meglio e a migliorarci.
Egli ci ricorda che ognuno di noi deve prestare attenzione alla precisione delle proprie parole. Che se ne abbia coscienza o meno, le nostre parole hanno un effetto. Esse agiscono a vari livelli sull’anima del destinatario, con il rischio sempre presente di causare danni ma anche con la possibilità, fortunatamente, di diffondere il bene: “Per penetrare il cuore dei giovani, la virtù non ha altra via che l’udito”.

Matera Davide, 5Asa a.s. 2015/16

Capo Espiatorio

Aranka Siegal - Capo espiatorio

 

Aranka Siegal
Capo espiatorio
E.Elle editore, 1993

 

 

 

 

 

 

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RECENSIONE: POESIE
AUTORE: PABLO NERUDA
TRADUZIONE DI SALVATORE QUASIMODO
“Questo libro è dedicato a coloro che non sono sopravvissuti. Il loro ricordo non perirà.
Auschwitz non è riuscito a rompere i legami di amore e amicizia che mi hanno aiutata a sopravvivere e che vivranno in me fino al termine dei miei giorni”.
Ecco le parole di Aranka Siegal, la Piri del libro, nata in Ungheria nel 1929.
La scrittrice ha vissuto in prima persona tutto l’orrore e soprattutto la crudeltà della seconda guerra mondiale.
Piri è una ragazzina Ungherese di appena dieci anni che viene travolta dalla guerra e dal nazismo. Prima dello scoppio della guerra questa bambina viveva in serenità e tranquillità a contatto con tutti i suoi coetanei, nonostante la sua religione. In seguito, però, diventa sempre più consapevole dei cambiamenti che stavano avvenendo e prende atto, con dolore, delle misure sempre più restrittive e violente contro la sua comunità, quella ebraica.
Verrà infatti trasportata assieme a parte della sua famiglia nel ghetto, dove rimarrà in condizioni disagiate, assieme a tutti gli ebrei abitanti della loro città, per poco più di due settimane, prima di partire, a loro insaputa per Auschwitz (i Nazisti, furbi, inventarono un espediente per far si che non si facessero prendere dal panico).
Nonostante la sua tenera età imparerà a resistere e a lottare, fino a che, nel 1945, con la fine della guerra, viene liberata assieme alla sorella dal campo di concentramento e si trasferisce negli Stati Uniti.
Questo libro aiuta a riflettere sul fatto che non solo gli ebrei che vivevano in Germania venivano esportati e maltrattati, ma tutti gli ebrei, o anche solo figli di figli di ebrei di ogni parte del mondo. Bastava una lontanissima parentela per essere considerati ebrei.
Per concludere, basta leggere il titolo per comprendere la storia del libro. Infatti, “capro espiatorio” è il termine utilizzato anticamente durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme. Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando il sommo sacerdote caricava tutti i peccati del popolo su un capro e poi lo mandava via nel deserto. Il rito viene descritto dalla Bibbia. Esso di conseguenza fa subito pensare a come queste persone, aventi una tradizione religiosa particolare, siano sempre state e sempre saranno, per qualche ignoto motivo, perseguitate e non capite.

Uggeri, 5Asa a.s. 2015/16

Pablo Neruda – Poesie

Neruda - Poesie

 

Pablo Neruda – Poesie
Traduzione di Salvatore Quasimodo
Einaudi editore, 1965.

 

 

 

 

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“Poesie” contiene le raccolte delle poesie di maggior successo di Pablo Neruda, tradotte da Salvatore Quasimodo. Le raccolte sono suddivise in cinque capitoli, ognuno dei quali porta un titolo differente a seconda dei temi trattati nelle poesie. La guerra civile spagnola, l’amore per le donne, la nostalgia della terra natia e la visione tormentata dell’universo, sono solo alcuni dei temi che si evincono leggendo Poesie. Particolarmente interessanti sono le poesie della raccolta Spagna nel cuore le quali sono una denuncia a cuore aperto dedicate alla Spagna devastata dalla guerra civile. La poesia deve essere d’aiuto nella lotta politica, grazie ad essa l’uomo trova una nuova forza nella ricerca di giustizia e di libertà. Avviene un cambiamento nell’animo del poeta che sfocia in un’adesione alla lotta sociale. Un’altra raccolta è Residenza sulla terra che  è l’emblema della sfiducia che Pablo Neruda prova nei confronti dell’intero universo, in cui la tragica costante presenza della morte provoca una riflessione tormentata che fa affiorare la sofferenza umana. Le poesie trasmettono un sentimento sofferto che rende il lettore affascinato dalla morte ma anche irrequieto in quanto trovatosi faccia a faccia con una “morte poetica”. Una raccolta speranzosa è Canto generale del Cile caratterizzata da parole di amore universale. I paesaggi della sua terra natia sono percepibili e l’enfasi con cui ne descrive ogni sfumatura fa trasparire il suo immenso amore per l’America, la sua America, il suo tanto desiderato Cile.
Tra tutte le poesie, una in particolare mi ha colpito per la facilità con cui arriva diretta al lettore, ogni parola diventa un pensiero, ogni pensiero diventa un immagine fino a imprimersi come ricordo.

Solo la morte
Vi sono cimiteri solitari,
tombe piene d’ossa senza suono,
se il cuore passa da una galleria
buia,buia,buia,
come in un naufragio dentro di noi moriamo
come annegando nel cuore
come scivolando dalla pelle all’anima.

Ci sono cadaveri
e piedi di viscida argilla fredda,
c’è la morte nelle ossa,
come un suono puro,
come un latrato senza cane,
che viene da campane, da tombe,
che all’umido cresce come pianto o pioggia

A volte vedo solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte
conpanettieri bianchi come angeli,
con fanciulle assorte spose di notai,
bare che salgono il fiume verticale dei morti,
il fiume livido
in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.
La morte arriva a risuonare
come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,
riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,
riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

La morte sta sulle brande;
sui materassi che affondano, sulle coltri nere
vive distesa, e all’improvviso soffia:
soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;
e ci sono letti che navigano verso un porto
dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

L’uso impeccabile delle parole disegna nella mente del lettore infiniti paesaggi, infinte emozioni. Il tema della morte è triste e cupo, ma in questa poesia si può scorgere qualcosa che si spinge oltre la semplice visione meccanicistica della morte, tocca delle corde più profonde, più intime. Pablo Neruda evidenzia la ferocia con la quale la morte prende il sopravvento sulla fisicità del  corpo fisico. “La morte arriva a risuonare,come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo, [..] riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola”. La morte è da sempre così vicina all’essere umano eppure così lontana, così diversa, così immateriale, non necessità di soldi, di bei vestiti. Ogni giorno ci osserva, ci spia e quando sarà il momento, ci aspetterà “dall’altra parte”.

Arianna Valeria Sannino, 5Asa a.s. 2015/16

Il significato della lettura

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico, che egli offre al lettore per permettergli di discendere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.
A partire da questa affermazione di M. Proust, rifletti sul valore della lettura nella tua esperienza di studio e nella società contemporanea.
Quali libri, nel corso degli ultimi cinque anni di scuola superiore, hanno costituito per te una “lente di ingrandimento” sulla vita?
Illustrali e motiva le tue scelte. Al di là dell’obbligo scolastico, quale ruolo riveste oggi la lettura dei libri, cartacei e digitali? È uno strumento di evasione e si riflessione ormai superato?
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Lentamente un fiocco di neve cadeva, si poggiava silenziosamente su un ramo solitario e giaceva in attesa…
Ad una finestra una ragazza che osservava rapita l’esile movimento del fiocco, teneva un libro in una mano, una camomilla calda nell’altra e mentre leggeva, pensava…

La lettura è un piccolo attimo di pace e quiete che l’individuo ritaglia per sé dal quotidiano e si ascolta i propri pensieri. Ogni libro ha un piccolo messaggio nascosto che viene sussurrato tra le righe, ma sta al lettore scoprirlo, ascoltarlo ed interpretarlo.
Questo messaggio può far soffermare su alcuni aspetti del vero o, addirittura, stravolge la vita del lettore stesso.
Non sempre i libri riescono ad entrare in contatto con quest’ultimo; deve crearsi una sorta di legame tra il libro e il lettore, un “accettarsi” e ritrovarsi come una fossero amanti. La lettura porta in luoghi lontani, smussa dolori, regala gioie e rassicurazioni.
Nella società odierna il piacere della lettura è andato via via sviluppandosi e dai classici libri cartacei, di cui l’odore e la ruvidità della carta si imprimono e attivano tutti i sensi del lettore (vista, olfatto, udito, tatto), si è passati agli eBook, iPad, eReader alle applicazioni per Smartphone. Non è del tutto un fattore negativo questo sviluppo tecnologico, anzi non si è perso contatto il gesto del leggere e la società odierna continua a trasportare con sé decine, centinaia di libri in digitale che porta con sé ovunque. Io stessa nel mio cellulare ho una cinquantina di libri e una libreria digitale che mi consente in qualsiasi momento di scaricare un libro che mi interessa, mi offre anteprime, recensioni e in fine, dopo averlo acquistato o scaricato gratuitamente, il mio libro è lì, nel cellulare e può essere letto assolutamente in qualsiasi momento della giornata.

Non è un male, dunque, lo sviluppo tecnologico anche nel settore dei libri dato che permette ancora alla società odierna di continuare a leggere; l’unico difetto è la perdita dei sensi che può creare distacco tra il libro e il lettore.
Lo schermo di un eReader certamente non odora di carta stampata, non è ruvido, non vi sono errori di stampa (fattore visivo) e quando si voltano le pagine non si sente il suono che esse creano.
Il valore ella lettura è rimasto invariato, è un piacere intriso in noi (amanti del leggere) che non può essere disperso. Cambiano gli approcci, tecnologici o non, ma il valore rimane sempre lo stesso.
Negli ultimi cinque anni del mio percorso scolastico tre sono i libri che maggiormente mi hanno segnato e fatto riflettere. Può darsi che mi abbiano aiutata anche a cambiare modo di osservare la vita e mi abbiano infuso speranza.
Il primo è “Il Piccolo Principe” di cui recentemente è uscito anche il film. A questo libro sono particolarmente affezionata per una serie di ricordi dolceamari, ma ogni volta che l’ho letto e riletto ho sempre trovato un messaggio nuovo, diverso. L’unicità degli amici, il valore dell’amicizia. Il Piccolo Principe addomestica la volpe, e la volpe non si dimenticherà mai di lui; il Piccolo Principe ha una rosa rossa, ma quella è la sua rosa, è unica perché l’ha coltivata e protetta lui. L’ha ascoltata vantarsi, pavoneggiarsi, l’ha protetta dal vento e dagli insetti. Questo libro è una metafora grandissima che sussurra l’importanza del valore dell’amicizia, o almeno è ciò che a me ha trasmesso.
Un altro libro è “Cose che nessuno sa” di A. D’Avenia. Questo libro si può dire che sia capitato obbligatoriamente tra le mie mani (lettura consigliatami da una mia docente di lettere) e tra una pagina e l’altra, il messaggio che più è rimasto impresso in me è il perdono. Non è facile perdonare e per come è il mio carattere tendo a non concedere seconde possibilità, ma in “Cose che nessuno sa” si affronta un lungo viaggio doloroso, di cui rimarranno anche le cicatrici e nonostante ciò Margherita e sua madre perdoneranno il papà che era scappato con un’altra donna.
L’ultimo libro, ma non meno importante, anzi direi quello che ha risposto ad una domanda che mi sono sempre posta, è “Le cinque persone che incontri in cielo”.
La domanda che mi sono posta per anni, e che credo tutti si pongano almeno una volta nella loro vita è: perché sono nato?
Qual è lo scopo della mia esistenza?
Ricordo come suppliziavo il mio cervello per ottenere una qualsiasi risposta a queste domande simili tra di loro e poco tempo fa, un mio caro amico mi prestò questo libro che mi piacque talmente tanto da comprarne una copia tutta mia. Le cinque persone che incontri in cielo non sono altro che fasi della tua vita che ti condurranno allo scopo per cui sei nato. Che la tua vita ti sembri distrutta, finita, a pezzi, e ti faccia veramente schifo, si è sempre nati per qualcosa di più grande di noi, di più bello. Siamo nati per qualcuno, per qualcosa, per diventare qualcuno, per salvare qualcuno.
Non è ripetitivo.
Il libro mi ha fatto capire che siamo nati perché alla nostra vita è collegata direttamente, o indirettamente, quella di altre migliaia di persone. Non devo diventare per forza uno scienziato importante, o il presidente degli Stati Uniti, so solo che esisto perché la vita è parte di un’enorme ed infinito castello di carte: se ne togli una, molte altre cadranno, se non tutte.

Ogni libro è come un pezzo di un puzzle che va a comporre una sezione importante di noi stessi. Va a lenire dolori, a fornire gioie e risposte, a farci evadere dall’odierno e dal monotono.

La sera era discesa e le stelle brillavano nel cielo, il libro posato sul comodino accanto al letto e la tazza, ormai vuota, posata su di esso.
Un’altra sera passata a sognare, a danzare tra immagini nitide e riflessioni.
Ogni sera d’inverno le mie giornate finivano così.

Hanane Chahir, 5Dgs a.s. 2015/16
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Il valore della lettura nella mia esperienza di studio è molto importante.
Attraverso i libri e la loro lettura veniamo a conoscenza il più delle volte di cose che prima ci erano sconosciute.
È importante leggere in quanto amplia il nostro lessico e la nostra cultura.
Ma nella società contemporanea il valore della lettura è andato sempre più diminuendo.
Ci si interessa di meno, si hanno tantissime distrazioni e poco tempo.
Oggi il ruolo della lettura dei libri è sottovalutato.
Essi ci servono per comprendere meglio la realtà che ci circonda ma sopratutto sono fondamentali per comprendere noi stessi.
Infatti: “Ogni lettore quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico, che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.
Il libro è rimasto ancora oggi uno strumento di riflessione ed evasione.
Leggere ti permette di staccarti dalla realtà, viaggiare lontano con la mente ed esplorare luoghi che solo chi legge può comprendere.
Leggendo ci catapultiamo in una realtà completamente diversa dove il protagonista del libro siamo noi. Ci immedesimiamo in esso.
Alcune volte riconosciamo noi stessi nel carattere del protagonista o nel pensiero dell’autore.
Ogni lettore quando legge, legge se stesso ma quando ha finito il libro cosa può leggere?
Cosa gli rimane?
Finire il libro è sempre una tragedia.
Quando la storia ti appassiona vorresti che il libro non finisse mai.
Sei curioso.
Sei curioso di sapere come finisce la storia ma allo stesso tempo non vorresti finire di leggere il libro perché poi, avendolo finito, non ti rimane più niente.
Chiudi il libro e fissi il vuoto per assimilare il dispiacere di averlo finito e la lezione di vita che esso ti ha dato e che ti rimane.
Il libro, come disse Proust, è una specie di strumento ottico che lo scrittore offre al
lettore per permettere di cogliere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.
Hanno quindi costituito per me una lente di ingrandimento sulla vita i seguenti libri: “Le prime luci del mattino” di Fabio Volo, “Siddharta” di Hermann Hesse e “Unbroken” di Laura Hillenbrand.
Questi sono stati la mia lente di ingrandimento sulla vita in quanto leggendoli mi sono rispecchiata nei personaggi e nelle moltissime citazioni dell’autore, che puntualmente sottolineo, che esprimevano le emozioni che provavo nel momento e periodo in cui ho letto tali libri.
Per quanto riguarda il libro “Siddharta” mi sono rispecchiata nel personaggio e nei valori che il famosissimo scrittore ha espresso. Valori in cui credo come il rispetto reciproco tra gli uomini e il rispetto per la natura.
“Unbroken” invece è un libro che in pochi conoscono.
È un’autobiografia di Louis Zamperini.
Un ribelle, un atleta, un naufrago, un prigioniero di guerra e infine un sopravvissuto.
È una storia interessante in quanto tratta anche argomenti di cui la storia non parla frequentemente come la cattiveria dell’Impero nipponico durante la seconda guerra mondiale. Di solito di quel periodo si conosce la crudeltà dell’Impero tedesco sotto il regime nazista e lo sterminio degli ebrei.
Dunque è stato interessante leggerlo in quanto mi ha arricchito di nuove conoscenze. L’ultimo libro che mi ha fatto riflettere è stato “Le prime luci del mattino” di Fabio Volo. In quest’ultimo libro mi sono rispecchiata molto nelle citazioni dell’autore come:
“ho imparato a trovare dentro di me le misure e le ragioni del mio vivere. Ho capito che dovevo essere ciò che sarò, non posso più vivere per compiacere qualcuno, obbligandomi ad essere quella che non sono” e “mi accuso di non amare abbastanza e mi riprometto di amare di più, come se tutto si potesse sistemare amando più intensamente. E allora non so nemmeno io dove trovo altra forza, investo nuovamente tutto nell’illusione di trasformare la menzogna in verità”.
Sono citazioni che fanno riflettere e che esprimono quello che sentivo e che non sono mai riuscita a dire.
Le persone dovrebbero leggere di più.
Avere più cultura. Più punti di vista.
I libri hanno un valore inestimabile per i lettori e questo, nonostante le distrazioni e le nuove tecnologie, non cambierà mai.
I libri e la lettura sono alla base della conoscenza e della cultura.
Più una persona è colta e più dovrebbe essere sensibile. E di persone così in giro ce ne dovrebbero essere di più.
Spegniamo la tv e accendiamo i cervelli!
Accendiamo gli occhi che sono i fari della nostra mente e indirizziamo su un libro.
Il risultato non tarderà a venire!

Sara Consonni, 5Dgs a.s. 2015/16
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 Pagine, lettere, parole. È così semplice un libro, eppure nella sua semplicità riesce a trasmetterci emozioni che possiamo portarci dentro per tutta la vita. Quando ogni lettore apre un libro si ritrova immerso nella mente dello scrittore. Egli immedesimandosi nel protagonista del libro cerca di trasmetterti un messaggio, che tu non devi far altro che cogliere. Nella mia esperienza, quando finisco un libro, rimango sempre affascinato. È come se si fosse aggiunto un tassello al mio essere. Ogni libro che finisco mi fa pensare a cosa mi ha lasciato e cosa mi voleva trasmettere lo scrittore. Per me la lettura è un vero passatempo, che mi tiene compagnia quando voglio rilassarmi.
Ci sono libri che dopo poco tempo ho smesso di considerare, ma altri posso affermare che hanno costituito per me una “lente di ingrandimento sulla vita”. La scelta del genere preferito può rispecchiare un po’ il nostro modo di essere. Il mio genere preferito è infatti quello thriller, infatti ho letto molti libri di Dan Brown: Il Codice da Vinci, Angeli e Demoni, Inferno, Il Simbolo perduto. Questo genere di libri con attimi di suspense, di mistero, forse rispecchiano nella scoperta di qualcosa che non conosco in me, e seguendo pagina dopo pagina la storia del professor Robert Langdon, mi immedesimo in questo personaggio.
Il libro che però mi ha fortemente segnato è: “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. Il particolare che mi ha colpito è come viene trattato il linguaggio all’interno del libro. Alex il protagonista narra la storia in prima persona dandomi la sensazione di essere davvero lì a sentire il discorso.
Burgess, attraverso il protagonista è riuscito a trasmettermi la sua idea dell’umanità e dell’uso della violenza gratuita. Alex è malvagio, commette sempre gesti violenti, ma una volta costretto a privarsi di se stesso, dopo aver avviato una terapia per estirpare la sua malvagità interiore, non ha più la possibilità di scegliere tra bene e male. Una volta finito il libro la domanda che mi è rimasta è: ma noi possiamo davvero scegliere cosa essere? O devo sottostare a ciò che vuole la società?
Un altro libro che mi ha colpito molto è ”Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne. Quando ho letto questo libro ero molto più piccolo, della stessa età di Bruno, il protagonista. Una volta finito questo libro è impossibile non porsi delle domande su ciò che si ha appena letto. Ciò che mi ha davvero colpito è come viene descritto come viene privato ogni diritto alla vita per alcune persone. Quando ho finito il libro la domanda che mi sono posto è: perché nonostante conosciamo tutti gli orribili errori che sono stati commessi in passato, ancora oggi alcune persone provano odio verso altre persone?
I libri a parer mio, sono molto importanti, perché servono ad aprire la mente alle persone che li leggono, e a crearsi una proprio opinione in merito a diversi argomenti. Nella società contemporanea, purtroppo la lettura non è uno dei passatempi preferiti, sia da giovani sia da adulti. Al giorno d’oggi i libri vengono messi in seconda posizione, preceduti dai film. Anch’io personalmente ho visto molti più film rispetto ai libri, sopratutto perché ho una forte passione per la cinematografia. Nell’ultimo periodo il cinema ha superato nettamente il libro, ma non considero il libro come uno strumento oramai superato.
Il limite che abbiamo nei film è quello di sottostare all’idea che il regista si è fatto di quella storia, questo a volte può essere un sinonimo di carenza di immaginazione. Il libro riesce a inserire nella storia molti più contenuti e leggendo le parole, ognuno di noi è in grado di inventare l’ambientazione, un volto ai personaggi rendendo la storia ancora più affascinante. Quindi penso che il libro sia uno strumento fondamentale per riuscire ad avere una proprio idea su molti argomenti e ad ogni libro letto aggiungiamo un pezzo al nostro essere e ci aiuta a scoprire lati di noi stessi che a volte non conosciamo.

Manuel Melidoro, 5Dgs a.s. 2015/16
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 Cosa significa “leggere”? E “lettore”?

Sono diversi i significati che vengono attribuiti all’azione “leggere”, ma la più corretta credo sia la seguente: “Seguire con gli occhi i caratteri di una scrittura, intendendo il significato di parole e frasi”.
Per “lettore” invece si intende: “Chi legge, chi si dedica alla lettura”.
Proust afferma: “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico, che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.
Io personalmente concordo in parte con quanto affermato da Proust, poiché è vero che ogni lettore, quando legge, legge se stesso, ma l’opera dello scrittore non la considero soltanto uno “strumento ottico” per il lettore, bensì anche una sorta di “manuale di vita”.
Ogni individuo, lettore, sceglie personalmente quali libri comprare, quali libri sfogliare e approfondire. Ognuno è libero di interrompere una lettura se considerata noiosa o insensata o ancora poco produttiva.
Si sceglie personalmente che libro seguire e portare avanti, intendendone a pieno le parole e le frasi scritte.
Io non mi reputo un lettore accanito, ma i libri che ho letto, li ho sfogliati volentieri.
Tra quelli che preferisco ci sono: “L’ultima alba di Guerra”; “L’arte della Guerra”; “American Sniper”; “Io e Te”.
Questi libri mi piacciono molto… Ma non mi raccontano.
Certo, mi piace pensare di vivere secondo le ideologie del libro, ma non mi descrivono. Non leggo me stesso. Leggo una sorta di manuale per comportarmi come dei personaggi che sembrano dare validi insegnamenti.
I libri che ho letto, ad esempio, mi hanno fatto capire i valori della Patria, mi hanno dato degli ideali di vita, mi hanno commosso e hanno rafforzato gli insegnamenti ricevuti in famiglia sulla lealtà e sulla disciplina.
Oggi però la lettura è sempre meno praticata. Ormai sono altri gli strumenti per passare il tempo.
Nel 2016 la molteplicità della tecnologia ruba letteralmente spazio alla lettura di un libro… di un pezzo di carta macchiato di inchiostro. Sono pochi i ragazzi che scelgono un libro al posto di un videogame o di una rete Wi-Fi che permette l’accesso a qualsiasi “Social”.
Sia l’uso della tecnologia che la lettura di un libro offrono la possibilità di “evadere”, riflettere, uscire da uno stato di noia, scappare dalla monotonia.
Certo, un’immagine o una frase “postata” è più immediata, richiede poco tempo.
La lettura di un libro richiede invece concentrazione e fatica.
Il libro è quindi uno strumento di vita superato? No, non credo. Un libro può ingiallire, può rimanere in soffitta o in uno scaffale per anni coperto dalla polvere, può perdere la copertina o magari qualche pagina, ma sicuramente non potrà mai smettere di raccontare un chi, un quando, un dove, un cosa, un perché. Poco
importa se gli occhi e la mente del lettore leggeranno per noia, per interesse, per scelta o per obbligo, per conoscere o per criticare. In qualsiasi caso il libro avrà svolto la sua funzione: porre il lettore di fronte a lettere che, combinate in parole e unite poi in frasi, raccontano un mondo tutto da scoprire. Com’è possibile allora rinunciare alla grande occasione di aprire un libro?
Forse occorrerebbe, soprattutto da parte dei giovani, solo più coraggio e forza di volontà.

Simone Mercanti, 5Dgs a.s. 2015/16
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 I libri racchiudono tutta la saggezza del mondo.
Come pretendiamo di capire la vera essenza della nostra vita se non li leggiamo? Pecchiamo di presunzione.
Al loro interno possiamo trovare una quantità quasi spaventosa di informazioni ed esperienze di vita, tutte utili a renderci delle persone migliori.
Molti sono scettici nei loro confronti e sottovalutano le potenzialità che un libro ha da offrire.
Del semplice inchiostro nero su foglio bianco può avere tanta forza da evocare sensazioni, stati d’animo, pensieri, colori e profumi.
Tutto ciò ha dell’incredibile, eppure ce li abbiamo sotto il naso tutti i giorni.
Basterebbe aprirli e dedicargli anche solo un quarto d’ora al giorno e già vedremmo il mondo con occhi diversi.
Bisognerebbe abituare i propri figli a leggere fin dalla tenera età, nella quale loro non sono nient’altro che un foglio bianco che ha bisogno di essere scritto e che continua a scriversi ininterrottamente.
Se non abbiamo avuto la fortuna di innamorarci della lettura fin da piccoli non dobbiamo disperare: leggere è senza tempo né epoca, andrebbe fatto sempre indipendentemente dall’età o da qualsiasi altra condizione.
Non ha mai fatto male a nessuno spendere del tempo in un ambiente tranquillo con un libro in mano, magari alla scrivania con una bevanda calda vicino quando fuori infuriano pioggia e brutto tempo, completamente catturati da ciò che si sta leggendo e pronti ad imparare cose sempre nuove.
Una volta superati i pregiudizi il gioco è fatto. Uno dei tanti benefici della lettura è quello di renderci più intelligenti e sensibili nei confronti di tutto ciò che ci circonda, sconfiggendo la quotidiana superficialità che ci costringe a rimanere per ore incollati a cellulari e televisori senza esserne mai veramente soddisfatti.
I libri allenano il nostro cervello a rimanere concentrato su un messaggio soltanto anziché venirne costantemente “bombardati” come accade quotidianamente con i mass media.
Migliorerà così la produttività e verrà stimolata la creatività e l’immaginazione,
arricchiremo la nostra proprietà di linguaggio e comprenderemo di più il mondo, gli altri e anche noi stessi.
La nostra attività cerebrale tutta verrà impegnata molto più di quanto avviene normalmente stando sdraiati su un divano. Numerosi ricercatori sostengono anche che la lettura funga da vero e proprio “anti-stress”, abbassando la pressione sanguigna e generando un senso di calma e relax nell’organismo.
Le vicende narrate nei romanzi inoltre rendono più empatici e ci fanno immedesimare nei personaggi, calare nei luoghi, nelle situazioni, nei momenti di gioia, di euforia, di speranza, di delusioni, di dubbi e di paura.
In appena quaranta minuti è come se vivessimo un’intera vita.
E’ a dir poco incredibile la quantità di emozioni che un libro, a prima vista quasi banale, può farci provare.
Sono proprio questi i motivi per cui amo tanto leggere, impegnandomici quotidianamente insieme ad altri interessi.
Ho scoperto la lettura fin da molto piccolo, quando girovagando per le stanze della casa di mio nonno materno un bel giorno mi sono imbattuto in uno scaffale pieno di libri e fotografie.
Incuriosito dalle copertine pieni di colori vivaci ho scoperto successivamente anche ciò che vi stava dentro.
Per me i libri, soprattutto quelli di fantasia e avventura (cito “Le cronache di Narnia” di C.S. Lewis oppure “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry), sono sempre stati una possibilità di evasione dalla realtà, che grazie alla creatività assume tutto un altro sapore.
Crescendo ho scoperto che di libri ve ne sono a bizzeffe e che svolgono anche un’altra funzione, ovvero quella di trasmettere conoscenze da persona a persona e far riflettere su molti aspetti della vita che sicuramente non avrei mai messo in discussione se non li avessi letti. Recentemente ho rispolverato un libro di Ken Follett che s’intitola “I pilastri della terra”.
E’ un romanzo storico ambientato nel medioevo, che narra le vicende di diversi personaggi che si intrecciano tra di loro finendo poi per influenzarsi l’uno con l’altro: c’è Tom il muratore che sogna di costruire una cattedrale e sfamare la famiglia grazie al suo lavoro, Philip il monaco intraprendente e animato dai sinceri valori cristiani, William
Hamleigh crudele signore locale che stringe un patto di convenienza con il vescovo Waleran Bigod, che affamato di potere diverrà manipolatrice ingannando i protagonisti per il proprio tornaconto personale.
Il primo insegnamento che questo libro mi ha trasmesso è quello di inseguire i propri sogni con tutte le proprie energie, grandi o piccoli che siano nessuno lo farà mai al nostro posto, conviene cominciare fin da subito! Uno spunto di riflessione che mi ha colpito molto si può trovare nell’evoluzione dei personaggi che inizialmente sono buoni ma che una volta avuto a che fare con quelli malvagi decidono, nonostante tutto, di rimanere fedeli ai propri ideali usando però le loro stesse tecniche immorali e subdole per contrastarli.
Un altro messaggio nascosto che si può cogliere leggendo tra le righe consiste nei personaggi cosidetti “cattivi”.
Se all’inizio l’egoismo, la superbia e l’avidità sembrano quasi premiare chi ne fa uso indiscriminato a discapito di tutto e tutti, successivamente i personaggi negativi del romanzo ne diverranno completamente schiavi, venendo trascinati in un vortice senza fine di odio e oscurità che sarà poi la loro stessa rovina.
Ma l’insegnamento più grande che ho ricavato dalla lettura di Follett è questo: ogni aspetto della realtà ha sempre un lato nascosto di cui ignoriamo l’esistenza.
In fondo l’abito non fa il monaco, così come la copertina non fa il libro.
Bisogna scavare nella profondità delle cose se si vuole vederne l’essenza, l’anima, se si rimarrà in superficie si vedrà solo ciò che appare.
E ciò che appare il più delle volte, è il contrario di ciò che veramente è.

Francesco Murro 5Dgs a.s. 2015/16
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Qualcuno con cui correre

Qualcuno con cui correre_bookDavid Grossman
Qualcuno con cui correre
A.Mondadori editore, 2008.

David Grossman è uno scrittore e saggista israeliano nato nel 1954. È autore di romanzi, saggi e letteratura per bambini, ragazzi e adulti, i cui libri sono stati tradotti in numerose lingue.
Del romanzo Qualcuno con cui correre pubblicato nel 2001 e pubblicato in Italia nel 2008, è stato tratto nel 2006 un film diretto dal regista Oded Davidoff.

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Autunno 1999, Gerusalemme.
Due sconosciuti, due vite parallele, due protagonisti, un unico finale, insieme.
Il giovane Assaf, un ragazzo timido, impacciato che ama stare solo. La sua vita stravolta dalla comparsa di un cane, dalla disperata e determinata ricerca dell’intelligente, travolgente, entusiasmante, talentuosa Tamar.
Tanti incontri, persone, indizi, luoghi, storie, verità.
Assaf che si appassiona sempre più della Tamar che gli viene descritta, che è determinato a trovare, ignaro del guaio in cui si trova la seducente sedicenne.
Un cane, la cagna di Tamar, che fa da collegamento tra le due storie: quella della ragazza istintiva, incosciente e responsabile, pura, che rischia la vita per salvare il fratello; e quella di un ragazzo solo e incompreso, rinchiuso in un mondo che non gli appartiene, che si sente finalmente libero, spinto da una frenesia che non aveva mai provato: la ricerca di Tamar per lui era diventata “…non solo importante: essenziale. Come il pane e l’acqua, come il gusto per la vita…”.
E con la cagna al suo fianco, per le strade di Gerusalemme aveva finalmente trovato qualcuno con cui correre, con cui sentirsi libero, vivo.
“Qualcuno con cui correre” è il titolo del romanzo di David Grossman pubblicato nel 2001.
È un romanzo che tratta temi attuali: il problema della droga tra i giovani; lo sfruttamento; l’amicizia, che può esistere tra persone e tra uomo e cane; la passione.
La stessa passione che lega Assaf e Tamar, che dopo averla trovata non lascia più.
Lei aveva bisogno di “… uno con una mano grande così, uno che se ne sta con la mano alzata, forte, ferma, come la statua della libertà. E allora tu, tu da lontano, da qualsiasi punto della Terra, vedrai quella mano e saprai che lì potrai posarti e riposare…”.
Lui era perfetto per lei, glielo aveva dimostrato, era rimasto con lei, sempre. L’avrebbe seguita, ovunque. Lei  “…Lo ascoltava senza sentire, lo guardava senza vedere…”. Non potevano allontanarsi, “…Trovavano scuse per toccarsi, per stringersi l’uno all’altra…”.
“…Il mondo era negli occhi dell’altro…”.
Questo romanzo è ricco di colpi di scena. Si snoda su due racconti paralleli, due ragazzi che alla fine condividono un’unica storia.
David Grossman, l’autore, nato in Palestina, a Gerusalemme è sempre stato un uomo aperto al dialogo, ma nonostante ciò il suo libro non è caratterizzato da parole, ma da azioni, fatti e avvenimenti. “…Il silenzio preserva la saggezza…” lui stesso ha scritto.
È un romanzo che dal mio punto di vista può motivare le persone che lo leggono a seguire le proprie idee, intenzioni, a non arrendersi, a essere determinati a fare quello che si crede giusto.
Sono tanti i romanzi che trattano il tema dell’adolescenza, ma questo testo a differenza di altri mi ha interessato maggiormente per la sua semplicità nel trattare argomenti difficili, e per come critica il mondo degli adulti.
Molti lettori potrebbero, come me, rimanere stupiti interessati dal personaggio di Tamar, dalla sua forza e determinazione, quindi è un libro adatto a chi ama il lieto fine, e chi adora l’avventura, quella di tutti i giorni e quella che ti cambia la vita.

Greta Di Luzio, 2Bsa 2014/15.

Pensare, il primo modo per essere liberi

Viviamo in una società orientata da imperativi ad essa insiti: ”comprare”, ”consumare”, ”produrre”, una società dettata da un rapido e commerciale uso di idee e stili di vita.
Una società in cui tra l’ambire e il realizzare una determinata azione intercorre un periodo effimero, una società in cui non si da più spazio al tempo e tutto diviene immediato, pronto e di conseguenza superfluo.
Pertanto l’atto di “pensare”, che necessita tempo per maturare un aspetto critico e riflessivo, come è evidenziato nella sua etimologia “pesare con cura”,non è un’azione immediata e pertanto appare estranea in una società in cui si predilige il “ tutto subito”.
Infatti, prima di poter rispondere alla domanda del perché sia così importante pensare, ancor di più al giorno d’oggi, è necessario mostrare come si attua il pensiero individuale in un mondo in cui molteplici sono i mezzi che lo manipolano, lo ostacolano o lo rendono sterile.
Come è stato precedentemente detto,pensare significa “pesare con cura”, quindi,in una società in cui si è “bombardati” da notizie, immagini, informazioni o, come definisce R. Bodei “in un periodo di fast-food intellettuale” da parte mass media,è indispensabile operare scegliendo e scremando accuratamente tra tutto il materiale informativo e mediatico.
È inevitabile che una notizia per via telematica venga più o meno volontariamente travisata,per scopi commerciali,politici,ideologici,etc.
Allo stesso modo si incorre in”estenuanti massacri mediatici” dettati da una continua propaganda o da trasmissioni futili che discostano il nostro pensiero da problematiche concrete e reali.
Una visione di una realtà succube di un surplus di immagini, informazioni da parte dei mezzi di comunicazione di massa è ben rappresentata nel romanzo “Fahrenheit 451”, nel quale la possibilità di pensare ed essere consapevoli delle proprie azioni è sacrificata a favore di una “felicità di cera” dettata dai media televisivi che, almeno all’apparenza, nascondono tutti i problemi e le verità dolorose, portando però allo snaturamento della stessa natura umana.
Ma prima di giungere a questa realtà estrema che monopolizza non solo le nostre riflessioni, ma principalmente il nostro modo di pensare, è necessario essere consapevoli che l’interesse verso la cultura, l’esercizio al giudizio critico, della realtà devono partire da ognuno di noi..
Ciascuno deve crescere intellettualmente, perché pensare, significa progredire mentalmente, vedere il mondo in modo proprio e autonomo, informarsi individualmente per riuscire ad avere una valutazione critica e al di sopra delle singole opinioni, per poter scegliere in modo conscio.
Seppur sia vero quanto i media, la società e persino le leggi (come avviene nelle dittature), possano influenzare o ostacolare la libertà di pensiero, è apodittico che se ognuno si disinteressa ad essa, solo perché “lasciar perdere è più comodo”, è inutile lamentarsi dell’impossibilità di praticare la libera riflessione.
Ed è osservabile come il pensiero del singolo sia “un’arma” temuta e lo si nota ancor di più negli stati dittatoriali, in cui ogni mente è “tenuta a freno”, rigidamente controllata, piegata, anche con la violenza e plasmata forzatamente, come viene estremizzato in “1984” di G. Orwell, dove viene imposta la credenza che “2+2=5” per sottolineare come in un totalitarismo la repressione del pensiero sia radicale.
Ma allora, perché pensare è così importante? Perché la società tenta di imporci un modo “standard” di vedere le cose, perché i media tentano di condizionarci e, in ugual modo, perché le dittature limitano il pensiero?
La verità è che noi svalutiamo le poliedriche, immense, uniche doti del pensare; pensare non è solo decidere per l’immediato futuro.
Pensare è quell’azione che ci eleva e ci permette di confrontarci quotidianamente all’interno di una comunità, pensare è l’azione preliminare dello scegliere che, come affermò Kierkegaard è ciò che rende il singolo libero di progettare e costruire, seppur non senza dubbi, il proprio futuro e cogliere il presente in modo analitico.
Collegandoci sempre al pensiero del filosofo danese, Bodei definisce la filosofia come spirito critico, che può dare molto alla società e, in questo senso, è profondamente democratica; nella sua frase possiamo cogliere come il pensare a livello individuale e comune, ma esteso a tutti, porti a riflettere senza lasciarsi trasportare da decisioni altrui, ma contribuendo a formare una società democratica di libera scelta in cui ciascuno concorre al miglioramento di essa.
E non di meno, in una realtà in cui la cultura non è limitata ad un élite di pochi ma, tematiche e scientifiche, economiche e politiche ci coinvolgono sia per gli aspetti positivi ma soprattutto per le problematiche, è indispensabile esprimere un pensiero ponderato e opportuno per avere voce in capitolo e rispondere adeguatamente con il nostro punto di vista.
Così, in merito all’argomento sin esprime Baudino:”La filosofia[…] si avvicina ai problemi ai problemi delle persone e il suo campo d’azione è la cultura: le neuroscienze, le scienze sociali, l’etica economica, per non parlare della bioetica.”.
E nonostante quanto detto sull’importanza necessaria del pensare possa apparire, se non convincente, quantomeno molto argomentata, si potrà sempre chiedere: ma se pensare non è una necessità primaria dell’uomo, come mangiare o respirare, perché farlo?
Indubbiamente pensare non è indispensabile nell’uomo in quanto animale, ma è un bisogno indispensabile per l’uomo civile che deve rapportarsi in una società.
Ed è in ugual modo vero che pensare possa fare emergere problematiche e provocare in noi dolore e sofferenze, ma come Leopardi enunciò, pensare è ciò che da dignità all’uomo e, soprattutto, eludere i problemi ci renderebbe realmente felici o maschererebbe soltanto in modo improprio la verità?
Bisogna concludere che pensare, essendo un’attività propriamente umana, è un’azione difficile, non è assolutamente un processo che ci porta a certezze assolute, talvolta ci pone davanti a scelte che, come disse Kierkegaard ci aprono un baratro di possibilità che ci provocano angoscia; talvolta ci porta a compiere azioni giuste in contrasto però con il pensiero collettivo o con lo Stato, come accadde nel caso di Socrate.
Pensare è un atto complesso e, è vero, a volte sembra porti a decisioni faticose, eppure non sempre è così e, in ogni caso, è impossibile rinunciarvici, perché pensare è ciò che ci rende umani non solo all’apparenza, ma anche nel profondo, ossia esseri liberi e consapevoli nello scegliere e nell’agire.

Giulia Fiantanese, 5Asa, 2014/15
Simulazione prima prova – Saggio breve – Ambito socio/economico

Siamo noi il nostro futuro

È bene che ognuno di noi si orienti in tutte le possibili direzioni prima di prendere una qualsiasi decisione, in modo da farsi una propria idea dei fatti e non poter essere condizionato da niente e nessuno.
È bene distinguere quindi ciò che ci influenza da ciò che ci aiuta a scegliere.
I mezzi che ci aiutano sono quelli di cui ci avvaliamo per poter comprendere e valutare la realtà, riuscendo a preferire consapevolmente alcune decisioni rispetto ad altre, secondo le nostre aspettative e i nostri pensieri.
Ciò che invece ci influenza è un qualsiasi fattore che concorra attivamente a determinare le nostre decisioni e che potrebbe quindi deviare il nostro parere rischiando di farci prendere decisioni che non ci appartengono.
Fissato questo concetto, la quantità delle decisioni che ci troviamo a dover prendere ogni giorno della nostra vita non è minimamente quantificabile. Si può infatti dire che tutta la vita umana sia basata su scelte che si compiamo.
E ci si ritrova quindi nel pensiero del filosofo Kierkegaard che subordinava l’esistenza e i valori dell’uomo alle scelte che esso compie: ”Nella scelta ne va semplicemente della vita” (cit.).
Ed è la possibilità di scegliere che ci rende liberi di perseguire la strada che più ci si addice e che istituisce il principio alla quale dobbiamo affidarci per prendere decisioni in libertà: noi stessi, il nostro pensiero e il nostro vissuto.
Il mondo di oggi poi, ci offre la più vasta area di aiuti che si possa desiderare.
Possiamo infatti sentirci estremamente fortunati di vivere in quest’epoca cosmopolita, in cui la tecnologia, tanto per cominciare, ci avvolge completamente e ci permette di fare cose che pochi anni fa, non si sarebbero nemmeno potute immaginare.
Le comunicazioni poi, ci permettono di arrivare in qualunque angolo nascosto del pianeta e, le istituzioni, ci insegnano ad amare questo stesso pianeta, a scoprire cosa ha da offrirci, e ci spingono a sperimentare, a progettare il nostro futuro seguendo un percorso dettato dalla nostra volontà, in cui ogni giorno è una scoperta, un privilegio di cui poter usufruire.
E nelle istituzioni, prima di tutte, viene la scuola, che fin da piccoli ci accompagna in questo cammino e che, io stessa, mi azzardo a definire come l’ ente più elevato, poiché è volta a nient’ altro che al nostro aiuto.
La scuola offre infatti saperi oggettivi, che sta al soggetto elaborare secondo le proprie capacità.
Essa dà importanza ai nostri progetti per il futuro, ai nostri pensieri, al nostro diritto di conoscere il mondo e di poterlo studiare.
La scuola ci dà la possibilità di rimanere affascinati dai mille aspetti della vita e soprattutto, ci insegna a viverla e a preservarla.
Non credo si possano quindi dare suggerimenti, poiché essa non è semplicemente scuola di insegnamenti, ma maestra di vita, di cui tutti dovremo comprendere il valore.

Alessandra Paio, 5Asa, 2014/15
Simulazione prima prova – Tema di carattere generale

La natura non fa sconti

Molto spesso l’uomo è egoista, non sa porsi limiti; fa l’incredulo davanti alla distruzione e si dispera quando ormai è troppo tardi. Crede di non avere difetti e pensa di potersi appropriare di ciò che lo circonda.
L’uomo è legato al lavoro, ai suoi interessi personali, al suo guadagno, ai suoi soldi. Tutto ciò che arricchisce fa gola all’uomo. E’ debole però, l’uomo, che piange quando il fango gli inonda la casa  o quando l’acqua dei correnti esondati gli trascina via tutto quello che ha. Debole anche quando non può sentire vicino a sé i cari più lontani perché una frana ha interrotto le linee di comunicazione o nei casi peggiori quando capisce di non poter più abbracciare suo figlio perché l’acqua infuriate del fiume se l’è portato con sé.
L’uomo troppe volte non si pone domande; costruisce dove non potrebbe, distrugge il territorio e si arricchisce sempre di più a discapito dell’ambiente . Disbosca ovunque le foreste per costruire case e ridimensiona gli argini dei fiumi a suo interesse e piacimento
Alla natura, però, questo non importa.  Anch’essa ha bisogno di cure necessarie  che la proteggano  e che in ogni caso non la distruggano.
Negli ultimi anni stiamo assistendo a sempre più catastrofi ambientali che disseminano dolore e distruzione.
Ma le vittime di queste stragi chi le paga? Della morti non ci si può pentire e se l’uomo è così ingenuo da far in modo che i suoi beni vengano distrutti, non può far altro che pagarne le conseguenze.
Penso che questo, in ogni caso non sia giusto. Non è giusto che la gente comune paghi sulla propria pelle gli errori degli altri. Quella stessa gente che si indebita fino al collo per pagare il muto della casa e per un alluvione questa viene rasa al suolo.
“La natura non fa sconti”, appunto dichiara Paolo Conti al Corriere della Sera  in un intervista del 3 Ottobre di cinque anni fa. La natura restituisce, SEMPRE, all’uomo quello che le viene dato.
È quanto accaduto recentemente in molte città dell’Italia, tra cui ricordiamo per maggiori danni Genova, Parma, Roma e Milano; sono bastate alcune ore di pioggia per far sondare i fiumi  e di conseguenza diffondere paura tra la gente e bloccare la città.
Di fronte a queste catastrofi l’uomo è il primo a tirarsi indietro, a non riconoscere la sua imprudenza e i suoi sbagli; non trova giusto dover pagare per i danni creati…da altri
Penso, infine, che basterebbe più giudizio, cura e responsabilità per evitare queste disgrazie. Sempre secondo il giornalista Paolo Conti, “ la natura non è matrigna in principio, ma lo diventa  perché l’uomo le ha sottratto  gli strumenti per proteggere proprio se stesso”.

Carlotta Fiati, classe 5Asa, 2014/15
Simulazione prima prova – Saggio breve – Ambito tecnico/scientifico

Firenze

Viaggio di istruzione 2014

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Firenze: uno dei gioielli più preziosi d’Italia

Un viaggio nel mondo dell’arte e della storia

Una città grande per la sua storia, ma tutta concentrata in poche vie. 
I monumenti più belli e importanti si trovano a pochi metri di distanza gli uni dagli altri, il che è fantastico; si ha la possibilità di vedere in poco tempo tutta la bellezza di Firenze, da quella odierna a quella antica.
La prima cosa da fare una volta arrivati è salire in cima al campanile di Giotto o alla cupola del Duomo; da qui di più vedere l’incantevole paesaggio che abbraccia una delle città più belle d’Italia. Poi, dopo essersi persi nello stupore, tornando tra quelle persone che viste dall’alto sembravano così piccole, è come tuffarsi nel passato. Ogni volta che si entra in un monumento è come tornare indietro nel tempo. 
Già dall’esterno si vedono i dettagli e l’impegno usati dagli artisti per realizzare queste opere d’arte, ma è all’interno che il vero splendore si manifesta; è come scartare un regalo, la confezione è la prima a colpire, ma una volta aperto non importa più com’era fatta la scatola, è il contenuto che ci emoziona veramente.
Camminare tra le vie di Firenze e guardarsi attorno, basta questo per non pensare più a nulla, solo alla grandezza degli artisti dell’epoca, alla loro bravura e passione, all’enorme regalo che ci hanno lasciato.
Ci sono poi dei posti che lasciano senza parole, perché non si può descrivere con delle semplici frasi tutto quello che ci viene trasmesso, alle emozioni e allo stupore che provocano. Si riesce a dire solo “Wow!” e poi un lungo silenzio, come se i nostri occhi impedissero al nostro cervello di fare altro; si può solo rimanere a guardare.
Quasi ogni parte della città è ricca di storia e merita quindi la nostra attenzione, ma, a mio parere, è importante soprattutto guardare le cose poste in alto. Nei monumenti, per esempio, per ammirare i soffitti decorati e ricchi di dettagli che li rendono preziosi, sotto una chiesa, per osservare le maestose e altissime colonne o le cupole, ovunque. La parte migliore credo sia sempre in alto. Poco importa se sia stato fatto per motivi tecnici, religiosi o altro ancora, a me piace pensare che questo sia stato, da parte degli artisti, un modo per dirci di non soffermarci a guardare solo quello che ci sta intorno, ma anche quello che viene posto sopra di noi.

Jasmin Soliman, 3Asa 2014

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Bassorilievo di Firenze

Arrivare a Firenze con la curiosità di scoprirla e conoscerla.
Sgusciare tra i vicoli e d’improvviso sbucare in una gigantesca piazza con immensi monumenti, assaggiare la famosa quanto prelibata fiorentina, passeggiare sul Lungarno.
Tante aspettative pochi rimpianti.
Molta era l’attesa di noi studenti, non tanto per la città quanto per la gita in sé, ma una volta sulle scale del campanile tanta era la voglia di arrivare alla fine per osservare con un solo semplice sguardo tutta la città.
Due le vedute di Firenze: una dal basso che esalta l’immensità e la grandezza dell’arte e della vita cittadina, e una dall’alto come quella dalla cupola, che manifesta la grandezza della città.
Impressionante come dalla sommità della cupola si possa al contempo poggiare i piedi su anni di arte ed osservare, semplicemente tenendo gli occhi aperti l’intera città con i suoi secoli di storia alle spalle.
La punta del duomo rappresenta uno sguardo al passato, un salto temporale artistico e storico.
Si può quindi dire che il puntale di Santa Maria del Fiore rispecchia la città: in uno spazio concentrato racchiude tanta bellezza e storia.
Proprio la storia è l’importante: Essa esalta un dipinto, Essa esalta una piazza, Essa valorizza una chiesa, un inno, uno stemma, una via…è Lei che rende prestigiosa o anonima una città.
Firenze è piena di turisti che visitano qualcosa che fu costruito, fu fatto, che avvenne, appunto qualcosa che fu, perché in qualche modo rende vivo il passato, lo riporta alla luce.
Come un bassorilievo anima un’immagine, così Firenze anima le parole dei libri di storia rendendole qualcosa di concreto e visibile.
La grande voglia di arrivare ed iniziare questo viaggio nel passato si è trasformata in voglia di restare in questo passato moderno, che convoglia la bellezza dell’arte rinascimentale nei nostri giorni.

Samuele Abbate, 3Asa 2014

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La bellezza d’Italia

Firenze è da sempre considerata una delle più belle città d’arte d’Italia e del mondo.
Nonostante sia una città non molto grande, essa è sede di moltissimi monumenti storici costituiti principalmente da chiese, palazzi e importanti opere d’arte.
Gli artisti più importanti che hanno reso Firenze la città così come si presenta oggi sono: Brunelleschi, Masaccio e Donatello.
La prima opera d’arte incontrata durante la visita alla città è stato il Duomo (o chiesa di Santa Maria del Fiore) situato proprio nel centro. Questo monumento mi ha dato, al tempo stesso, una sensazione di imponenza, dovuta alle sue dimensioni ed alla sua maestosità, e di bellezza donatale dai numerosi decori e dipinti che arricchiscono sia l’interno che il suo esterno.
La parte migliore della chiesa è, senza alcun dubbio, la cupola dipinta internamente con meravigliosi affreschi. Osservando tali particolari ho potuto capire quanto siano stati abili gli artisti fiorentini, in epoca rinascimentale, nel realizzare fantastiche opere d’arte nonostante le difficoltà incontrate per la mancanza, in quell’epoca, di mezzi necessari alla realizzazione di tali opere, basta pensare che l’altezza della cupola è di circa 90 metri.
Emozionante è il vedere dalla cupola il panorama completo di tutta la città.
Leggerezza, spensieratezza e stupore sono le emozioni che ho provato quando da lassù ho potuto ammirare tanta bellezza in un solo momento.
Il palazzo vecchio, considerato il simbolo della città, mi ha fatto interpretare esattamente la situazione di ricchezza economica dei Medici ( questa infatti è stata proprio la loro dimora).
Fuori dal palazzo vecchio, oltre ad altre opere che si possono ammirare, si trova il celebre David di Michelangelo. Vederlo da vicino mi ha fatto provare una forte emozione e un forte stupore per i particolari precisi con cui è stato realizzato.
All’interno del palazzo ho potuto ammirare la sala principale con i celebri affreschi sulle pareti ed il soffitto d’oro. Tra tutte le stanze una mi ha colpito in modo particolare: al centro c’era un mappamondo di metallo e le cartine dettagliate di molti stati appesi alle pareti.
Guardando questa stanza ho provato una sensazione di meraviglia, mi è sembrato incredibile quello che nel tempo siano riusciti a fare gli artisti rinascimentali senza l’utilizzo degli apparecchi moderni.
Posso concludere dicendo che Firenze è una città che non puoi immaginare devi visitarla per renderti conto dei suoi capolavori e poterli così apprezzare per quello che sono. 
Solo così si può ammirare la vera bellezza dell’arte.

Davide Matera, 3Asa 2014

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