Il Candido

eGGyroaLHY9lFrançois-Marie Arouet, detto Voltaire
Il Candido, ovvero l’ottimismo
A. Mondadori, Oscar Classici

Il “Candido, ovvero l’ottimismo” è un racconto filosofico scritto dall’illuminista Voltaire e pubblicato per la prima volta nel 1759 a Ginevra. La narrazione si svolge nel 1700 in un periodo di circa un anno e mezzo. L’ambientazione è varia, e spazia tra la Vestfalia, l’Olanda, il Portogallo, il Paraguay, la terra di Eldorado, la Francia, l’Inghilterra, Venezia e Costantinopoli.

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Il protagonista del racconto è Candido, un giovane ingenuo e svanito, cresciuto in un palazzo di Vestfalia, di proprietà del barone di Thunder-den-Tronckt. Il suo precettore è il filosofo Pangloss, che insegna al ragazzo una dottrina basata sull’ottimistica visione della vita, in base alla quale tutto è ordinato al fine di avvantaggiare l’uomo, e il mondo stesso in cui questi vive è il migliore dei mondi possibili. Candido segue con interesse queste lezioni, e si convince profondamente di quanto inculcatogli dal maestro. Nel contempo si innamora di Cunegonda, figlia del barone, ma viene scoperto nello “scandaloso” atto di baciarla, quindi è immediatamente allontanato dal regno. Da quel momento, il giovane è coinvolto in una serie di eventi sciagurati: il castello nel quale ha vissuto viene saccheggiato e la sua famiglia massacrata, ad eccezione di Cunegonda; è costretto ad arruolarsi nell’esercito bulgaro e scopre la crudeltà della guerra, incontra in seguito Pangloss il quale è però sfigurato dalla sifilide. I due si imbarcano assieme a un medico che li cura. Il viaggio è tuttavia tormentato e a causa della tempesta il medico muore affogato. In seguito Candido e Pangloss sono catturati dall’Inquisizione. Il primo è fustigato, il secondo impiccato. Il giovane viene aiutato da una vecchia, amica di Cunegonda, così i due innamorati si ritrovano, per poi doversi separare nuovamente. In breve, la storia prosegue narrando una serie interminabile di peripezie che vedono coinvolto Candido, il quale non perde comunque la cieca fiducia negli insegnamenti di Pangloss (che riuscirà a salvarsi dall’impiccagione e ritrovare l’allievo). 
Alla fine della storia tutti i personaggi si riuniscono e si stabiliscono in una piccola fattoria, dove vivono coltivando la terra e dedicandosi ad attività materiali, rifuggendo il ragionamento, senza porsi questioni esistenziali.
Sono molteplici gli aspetti del racconto che si prestano a un’interpretazione. 
Innanzitutto vi è l’insistenza del protagonista Candido nel trovare negli insegnamenti di Pangloss una consolazione a tutte le sciagure delle quali cade vittima. Il giovane è così ottuso da non riuscire ad abbandonare la logica secondo la quale il mondo in cui vive è il “migliore dei mondi possibili” e tutto ciò che avviene è parte di un disegno vantaggioso per l’uomo. Tale pensiero è alla base della teoria filosofica di Leibniz ed è bersaglio, per tutto il racconto, delle critiche di Voltaire, il quale intende sbeffeggiare questa visione ottimistica. Questa critica da parte dell’eclettico illuminista assume le forme di una vera e propria parodia, che non disdegna l’uso dell’ironia, componente, quest’ultima, che è riscontrabile in diverse situazioni. 
Per esempio, Voltaire ne fa uso quando fa dire a Candido che il suo è uno splendido castello, perché è “dotato anche di porte e finestre”, o che il barone è “il più grande signore della provincia e perciò del mondo”, oppure è il caso della sconclusionata logica secondo la quale “i HYPERLINK “http://it.wikipedia.org/wiki/Naso” \o “Naso”nasi servono ad appoggiarvi gli HYPERLINK “http://it.wikipedia.org/wiki/Occhiali” \o “Occhiali”occhiali, ed infatti noi abbiamo degli occhiali”. Naturalmente la parodia è portata da Voltaire all’estremo, tuttavia l’autore non abbandona mai, nel corso dell’intero racconto, la leggerezza tipica della sua prosa, quasi voglia celare dietro un apparente distacco la radicalità delle sue critiche. 
La leggerezza di Voltaire, unitamente alla semplicità della sua prosa, non deve essere considerata segno di superficialità, come invece ritenne Rousseau, definendo l’opera un “libro scellerato, che fa della coscienza umana uno scherzo e che, sotto forma di romanzo, non è che un odioso libello contro la Divina Provvidenza”. 
Al contrario il Candido, come molti dei libri di carattere metaforico, sfrutta uno stile semplice e una storia banale e inverosimile per impostare delle riflessioni che, condivisibili o meno, si riferiscono alla realtà, come fa notare Voltaire stesso in una lettera a D’Alambert nella quale afferma di “marciare sogghignando sempre sul cammino della verità”.
Se da un lato vi è la sagace e insistita critica delle teorie leibniziane, che ha portato tra l’altro alla nascita del termine panglossismo (che deriva dal personaggio di Pangloss), dall’altro il racconto offre spunti di riflessione per quanto riguarda il finale. Gli ultimi due personaggi a parlare, nelle ultime righe, sono Pangloss e Candido. Il primo, in modo ormai prevedibile, riflette sul fatto che se Candido non avesse vissuto tutte le sventure delle quali è rimasto vittima, non avrebbe avuto la possibilità di nutrirsi, beatamente e in pace con il mondo, dei cedri che sta gustando. Candido, forse stufo, ma certamente brusco, taglia corto ribadendo un concetto che aveva già espresso in precedenza: “Ben detto, ma bisogna coltivare il nostro giardino”. 
Certamente una battuta del genere, espressa in modo sbrigativo, non seguita da alcuna riflessione, da alcun chiarimento, lascia sbigottito il lettore. Soprattutto perché suona quasi come un invito, un suggerimento ad adottare questo stile di vita, che rifugge il ragionamento, la riflessione. Questa sfiducia nella ragione spiazza il lettore moderno, e si può comprendere come abbia potuto incontrare qualche perplessità anche nell’epoca illuminista, che aveva come elemento cardine quello della ragione umana. Candido, anche nel pronunciarla, sembra sfiduciato, sconsolato; si potrebbe persino ipotizzare che abbia perso fiducia nelle improbabili quanto astratte argomentazioni di Pangloss e trovi invece più convincenti (o convenienti) quelle del contadino turco che lo ha invitato a una vita più legata agli aspetti materiali. Cosa intendeva Voltaire? Ogni individuo deve rinunciare al ragionamento, alla componente razionale che eleva il genere umano, oppure il senso è un altro, ed è da interpretare come un invito a non cedere all’illusione di teorie fallaci o di rivoluzioni utopiche che cozzano con la realtà della nostra umana natura? 
Io propendo per quest’ultima ipotesi, che comunque sento di non trovare completamente soddisfacente.
In conclusione, trovo che il Candido sia un testo piacevole, scritto con uno stile semplice, lineare e molto scorrevole. Per quanto riguarda gli aspetti più specifici dello stile, il narratore è onnisciente, ed è frequente nel racconto l’uso del discorso diretto, per mantenere vivo l’interesse. 
L’unico difetto che ritengo caratterizzi questo testo riguarda la poca verosimiglianza della storia, che volutamente è solo un pretesto per esporre le idee dell’autore, ma che poteva, secondo me, comunque essere più curata e, soprattutto in alcuni tratti, meno noiosa.

Bruno De Marini, 4As, 2013

Uomini e topi

John Steinbeck
Uomini e topi
Traduzione di Cesare Pavese
Bompiani editore, Tascabili, 2001

John Steinbeck, nato nel 1902 a New York e morto il 20 dicembre 1968, è considerato uno degli scrittori più importanti del XX secolo, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1962.
Uomini e topi è un romanzo pubblicato a New York nel 1937.
 
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John Steinbeck scrive un romanzo, che per quanto breve, tratta un insieme rilevante di temi: la cattiva condizione dei braccianti, il sogno americano, la discriminazione razziale, l’amicizia e l’amore fraterno.
George e Lennie, i protagonisti delle vicende, si spostano di fattoria in fattoria in cerca di fortuna e in cerca del loro sogno: possedere il proprio terreno da coltivare ed essere liberi da qualunque “datore di lavoro – oppressore”. Steinbeck racconta il loro periodo di permanenza in uno dei ranch in cui lavorano e, attraverso una scrittura veloce e rapida, ripercorre queste tematiche con dinamicità, dando spazio soprattutto ai dialoghi diretti tra i personaggi per dare un timbro
coinvolgente in cui si evolvono le vicende.
Molto duro e sorprendente il finale in cui l’amore fraterno di George per Lennie lo porta ad un decisione estrema ed inaspettata. Un finale in cui il lettore resta a bocca asciutta per via della velocità che quasi non gli permette di rendersi conto di ciò che stia accadendo.
Notevole è, invece, l’impegno dello scrittore che ha adottato dei dialoghi “sgrammaticati” per rendere al lettore l’idea delle condizioni di questi contadini molte volte analfabeti o quasi.
Il libro è consigliato soprattutto a lettori occasionali per via della sua semplicità.

Tarek Radwan, IV Bi, novembre 2011

Romanzo breve collocato in un’ America povera e combattuta tra lotte sociali e problemi di immigrazione.
L’autore analizza in maniera cruda ed essenziale queste situazioni, spogliando il testo da descrizioni troppo dettagliate e superflue, in modo da non distogliere l’attenzione dagli argomenti principali dell’opera.
Steinbeck usando una scrittura “povera” e ripetitiva permette al lettore di immedesimarsi in una realtà e un’epoca a noi poco familiare, questo testo è poco prevedibile e capace di inaspettati colpi di scena.
La storia tratta di vicende tragiche e violente riguardanti in particolare due braccianti che lavorano in un ranch in California: Lennie un omone forte e un gran lavoratore che ha il difetto di essere sciocco e irresponsabile e George, guida dell’amico, un uomo più minuto e molto acuto.
I due si troveranno di fronte a situazioni poco raccomandabili quasi sempre a causa dell’ingenuità di Lennie, e alcune di queste saranno troppo grandi anche per l’astuto George.

Andrea Za, IV Bi, novembre 2011

“Uomini e Topi” è un titolo forte, poiché mette in vista le differenze e le somiglianze delle due creature. Tra le pagine 13 – 14 Lennie accarezzando un topo, senza accorgersi lo stringe troppo forte togliendogli la vita. In questo momento lo scrittore spiega la differenza di dimensioni e di forze tra i due. Ma appoggiandosi sul fatto della grande Depressione americana negli anni ’30, le due creature assumono un carattere simile. I contadini erano come i topi – senza una meta, sempre in fuga, pieni di promesse mai realizzate e mentalità ricche di fantasie su un futuro migliore.

Vadim Pegassov, IV Bi, novembre 2011