Essere senza destino

Essere senza destino

Imre Kertész
Essere senza destino
Feltrinelli editore, 1999.

 

 

 

 

 

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A volte ci si ritrova di fronte a libri che vanno oltre noi, che sono semplicemente più grandi dell’essere umano.
Libri che non hanno un ingresso immediato nella nostra sfera di comprensione.
Ogni singolo racconto che parli dell’olocausto è in sé unico e portatore di emozioni, conoscenza, storia. Ma, in aggiunta a questo, “Essere senza destino” di Kertész ha alla base un pensiero che trascende ogni immaginazione su come sia stato vivere Auschwitz.
Essere senza destino narra di un giovane ragazzo ungherese, Gyurka, il quale vive una situazione familiare non del tutto semplice, per cui è costretto a stare con il padre per ordine del tribunale.
In virtù di ciò, Gyurka assimila i fattori esterni, del tutto privi di senso morale, come normali e quindi come fatti coerenti al vivere umano.
L’adolescente è quindi schiavo di un mondo che conosce poco e dove subisce ogni suo cambiamento. Proprio questo lo porterà a non comprendere e non farsi un’idea propria, nel momento in cui il padre viene chiamato al periodo di lavoro obbligatorio.
Passa qualche tempo e Gyurka, privo di punti di riferimento, viene assunto in una fabbrica poco distante da casa sua.
Un mattino però, il tram che tutti i giorni lo porta al lavoro viene fermato e vengono fatti scendere tutti coloro che portano la stella di Davide.
Fatti marciare, spogliare e infine rinchiusi in un vagone diretto a Ovest, dove, per quelli che sono, a loro insaputa, i deportati viaggiano verso una nuova possibilità di lavoro in Germania.
Auschwitz. Questo è ciò che li aspetta.
Morte. Ciò che di loro sarà.
Vengono subito divisi in coloro ritenuti adatti al lavoro e in quelli non utili.
Gyurka viene preso per lavorare mentre molti vengono condotti nelle camere a gas.
Non subito i nuovi arrivati si rendono conto della fine fatta dai propri compagni, ma anche dopo essere giunti a conoscenza dell’utilizzo che è fatto dei forni, essi non rimangono sconvolti, bensì ciò che prende possesso dei loro stati d’animo è l’indifferenza.
“ Ma questo genere di esperienze, in fondo, ancora non mi sconvolgeva realmente “dice il protagonista.
“ Un campo di concentramento non offre una reale possibilità di abituarsi “.
Questi sono due semplici passi del racconto che aiutano a comprendere come un campo di concentramento potesse offuscare la mente umana, rendendola schiava di folli gesti.
Successivamente vengono condotti a Bunchenwald , dove avviene un ulteriore selezione che porta Gyurka a ritrovarsi a Zeitz.
Qui, il giovane deportato incontra Bandi Citrom, il quale gli insegna come sopravvivere al campo e alle sue crudeltà.
Non dormono quasi mai, il cibo è scarso, il freddo insopportabile e le malattie si susseguono giorno dopo giorno,.
“ Ogni giorno venivo sorpreso da qualcosa di nuovo, da un nuovo difetto, da una nuova oscenità che colpivano questo oggetto sempre più strano, sempre più estraneo, che pure era stato un buon amico: il mio corpo. Non riuscivo più nemmeno a osservarlo senza provare un sentimento ambiguo, un brivido d’orrore ”.
Questo lo porta a concentrarsi solo su se stesso, ad avere riguardo solo per la propria sopravvivenza, lasciando da parte tutto ciò che lo circonda.
In breve tempo Gyurka va incontro ad una grave infiammazione al ginocchio per la quale viene condotto all’ospedale di Bunchenwald. Tale luogo rappresenta la sua rinascita.
Trattato come uomo, in lui rinasce quel senso di libertà che forse non si era mai espresso a pieno in tutta la sua vita.
“ Io, invece, vivevo ancora, non vi era alcun dubbio, era un vivere stentato, in un certo senso ridotto al minimo, eppure qualcosa ancora ardeva in me, la fiamma della vita ….
…. Dall’altra parte c’era il mio corpo, sapevo tutto di lui, solo che in un certo senso io non mi trovavo più li dentro”.
È questo suo allontanarsi dal proprio corpo, facendo prendere piede alla sua profondità, alla sua anima, che lo salva dalle atrocità del campo.
La salute di Gyurka migliora e a distanza di poco tempo il giorno della liberazione arriva,è il 27 Gennaio del 1945.
Tornato a casa, tra chi gli domanda di Auschwitz e chi non crede a tutto ciò continuerà la propria vita, che non sarà più la stessa.
“ Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli orrori, sebbene per me proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Si, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno.
In queste frasi sta proprio la superiorità di un pensiero che agli occhi di noi fatui conoscitori di storia sembrerebbe risultare incoerente, o meglio inconsistente.
Chi parlerebbe di felicità di fronte a ciò che noi conosciamo di ciò che Auschwitz è stato?
Chi penserebbe, anche un solo istante, ad accostare la felicità alla deportazione degli ebrei?
Chi?
Un uomo che tutto ciò l’ha vissuto e crede che vivere un campo di concentramento sia frutto di una serie di scelte che l’uomo ha compiuto e non il semplice scorrere di un destino già scritto.
Un uomo che, prova a raccontare e tramandare la leggera felicità vissuta, in qualche attimo, in un campo di concentramento e che, nonostante tutto, è riuscito a rimanere “uomo”.

Gabriele Migliori, 5Asa a.s. 2015/16

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L’arte di ascoltare

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Plutarco
L’arte di ascoltare
A.Mondadori editore, 2004

 

 

 

 

 

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Imparare a parlare bene non basta. Se vogliamo usufruire delle parole di chi vuole trasmetterci un sapere, bisogna anche sforzarci di ascoltare bene. Questa è, in poche parole, la tesi di Plutarco ne L’arte di ascoltare. Ciò che viene esaminato in questo breve trattato è l’ascolto come “condizione necessaria per qualunque apprendimento”.
In alcune pagine, Plutarco esamina i principali ostacoli che si frappongono a un ascolto efficace e i mezzi per superarli. Innanzitutto sono i nostri difetti morali a impedirci d’imparare ascoltando gli altri. Tra questi ci sono: l’invidia e l’ammirazione (che ci fa accettare qualunque cosa venga detta) nei confronti di coloro che hanno talento nell’arte oratoria. Questo è una delle idee portanti di questo libro. La responsabilità della trasmissione della conoscenza e della virtù non è unicamente della persona che trasmette, cioè dell’educatore. Essa è, e in ugual misura, anche di chi riceve.
Ascoltare non vuol dire che lo studente debba stare in silenzio. Le domande sono più che benvenute pur che siano all’altezza del discorso iniziale. Plutarco critica le domande futili o irrilevanti così come quelle relative a questioni di cui l’oratore non ha conoscenza o il cui il solo obiettivo è quello di contraddirlo. Egli mette inoltre in guardia chi vuole migliorarsi a livello morale da due difetti nell’ascolto: uno consiste nell’essere indifferenti alle critiche degli altri, prendendole alla leggera, senza dare la giusta importanza; l’altro, al contrario, è quello di essere troppo sensibili alle critiche, dando prova di una suscettibilità che ci porta a voltare le spalle a coloro i cui consigli e il cui sguardo ci avrebbero aiutato a conoscerci meglio e a migliorarci.
Egli ci ricorda che ognuno di noi deve prestare attenzione alla precisione delle proprie parole. Che se ne abbia coscienza o meno, le nostre parole hanno un effetto. Esse agiscono a vari livelli sull’anima del destinatario, con il rischio sempre presente di causare danni ma anche con la possibilità, fortunatamente, di diffondere il bene: “Per penetrare il cuore dei giovani, la virtù non ha altra via che l’udito”.

Matera Davide, 5Asa a.s. 2015/16

Capo Espiatorio

Aranka Siegal - Capo espiatorio

 

Aranka Siegal
Capo espiatorio
E.Elle editore, 1993

 

 

 

 

 

 

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RECENSIONE: POESIE
AUTORE: PABLO NERUDA
TRADUZIONE DI SALVATORE QUASIMODO
“Questo libro è dedicato a coloro che non sono sopravvissuti. Il loro ricordo non perirà.
Auschwitz non è riuscito a rompere i legami di amore e amicizia che mi hanno aiutata a sopravvivere e che vivranno in me fino al termine dei miei giorni”.
Ecco le parole di Aranka Siegal, la Piri del libro, nata in Ungheria nel 1929.
La scrittrice ha vissuto in prima persona tutto l’orrore e soprattutto la crudeltà della seconda guerra mondiale.
Piri è una ragazzina Ungherese di appena dieci anni che viene travolta dalla guerra e dal nazismo. Prima dello scoppio della guerra questa bambina viveva in serenità e tranquillità a contatto con tutti i suoi coetanei, nonostante la sua religione. In seguito, però, diventa sempre più consapevole dei cambiamenti che stavano avvenendo e prende atto, con dolore, delle misure sempre più restrittive e violente contro la sua comunità, quella ebraica.
Verrà infatti trasportata assieme a parte della sua famiglia nel ghetto, dove rimarrà in condizioni disagiate, assieme a tutti gli ebrei abitanti della loro città, per poco più di due settimane, prima di partire, a loro insaputa per Auschwitz (i Nazisti, furbi, inventarono un espediente per far si che non si facessero prendere dal panico).
Nonostante la sua tenera età imparerà a resistere e a lottare, fino a che, nel 1945, con la fine della guerra, viene liberata assieme alla sorella dal campo di concentramento e si trasferisce negli Stati Uniti.
Questo libro aiuta a riflettere sul fatto che non solo gli ebrei che vivevano in Germania venivano esportati e maltrattati, ma tutti gli ebrei, o anche solo figli di figli di ebrei di ogni parte del mondo. Bastava una lontanissima parentela per essere considerati ebrei.
Per concludere, basta leggere il titolo per comprendere la storia del libro. Infatti, “capro espiatorio” è il termine utilizzato anticamente durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme. Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando il sommo sacerdote caricava tutti i peccati del popolo su un capro e poi lo mandava via nel deserto. Il rito viene descritto dalla Bibbia. Esso di conseguenza fa subito pensare a come queste persone, aventi una tradizione religiosa particolare, siano sempre state e sempre saranno, per qualche ignoto motivo, perseguitate e non capite.

Uggeri, 5Asa a.s. 2015/16

Pablo Neruda – Poesie

Neruda - Poesie

 

Pablo Neruda – Poesie
Traduzione di Salvatore Quasimodo
Einaudi editore, 1965.

 

 

 

 

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“Poesie” contiene le raccolte delle poesie di maggior successo di Pablo Neruda, tradotte da Salvatore Quasimodo. Le raccolte sono suddivise in cinque capitoli, ognuno dei quali porta un titolo differente a seconda dei temi trattati nelle poesie. La guerra civile spagnola, l’amore per le donne, la nostalgia della terra natia e la visione tormentata dell’universo, sono solo alcuni dei temi che si evincono leggendo Poesie. Particolarmente interessanti sono le poesie della raccolta Spagna nel cuore le quali sono una denuncia a cuore aperto dedicate alla Spagna devastata dalla guerra civile. La poesia deve essere d’aiuto nella lotta politica, grazie ad essa l’uomo trova una nuova forza nella ricerca di giustizia e di libertà. Avviene un cambiamento nell’animo del poeta che sfocia in un’adesione alla lotta sociale. Un’altra raccolta è Residenza sulla terra che  è l’emblema della sfiducia che Pablo Neruda prova nei confronti dell’intero universo, in cui la tragica costante presenza della morte provoca una riflessione tormentata che fa affiorare la sofferenza umana. Le poesie trasmettono un sentimento sofferto che rende il lettore affascinato dalla morte ma anche irrequieto in quanto trovatosi faccia a faccia con una “morte poetica”. Una raccolta speranzosa è Canto generale del Cile caratterizzata da parole di amore universale. I paesaggi della sua terra natia sono percepibili e l’enfasi con cui ne descrive ogni sfumatura fa trasparire il suo immenso amore per l’America, la sua America, il suo tanto desiderato Cile.
Tra tutte le poesie, una in particolare mi ha colpito per la facilità con cui arriva diretta al lettore, ogni parola diventa un pensiero, ogni pensiero diventa un immagine fino a imprimersi come ricordo.

Solo la morte
Vi sono cimiteri solitari,
tombe piene d’ossa senza suono,
se il cuore passa da una galleria
buia,buia,buia,
come in un naufragio dentro di noi moriamo
come annegando nel cuore
come scivolando dalla pelle all’anima.

Ci sono cadaveri
e piedi di viscida argilla fredda,
c’è la morte nelle ossa,
come un suono puro,
come un latrato senza cane,
che viene da campane, da tombe,
che all’umido cresce come pianto o pioggia

A volte vedo solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte
conpanettieri bianchi come angeli,
con fanciulle assorte spose di notai,
bare che salgono il fiume verticale dei morti,
il fiume livido
in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.
La morte arriva a risuonare
come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,
riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,
riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

La morte sta sulle brande;
sui materassi che affondano, sulle coltri nere
vive distesa, e all’improvviso soffia:
soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;
e ci sono letti che navigano verso un porto
dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

L’uso impeccabile delle parole disegna nella mente del lettore infiniti paesaggi, infinte emozioni. Il tema della morte è triste e cupo, ma in questa poesia si può scorgere qualcosa che si spinge oltre la semplice visione meccanicistica della morte, tocca delle corde più profonde, più intime. Pablo Neruda evidenzia la ferocia con la quale la morte prende il sopravvento sulla fisicità del  corpo fisico. “La morte arriva a risuonare,come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo, [..] riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola”. La morte è da sempre così vicina all’essere umano eppure così lontana, così diversa, così immateriale, non necessità di soldi, di bei vestiti. Ogni giorno ci osserva, ci spia e quando sarà il momento, ci aspetterà “dall’altra parte”.

Arianna Valeria Sannino, 5Asa a.s. 2015/16

Qualcuno con cui correre

Qualcuno con cui correre_bookDavid Grossman
Qualcuno con cui correre
A.Mondadori editore, 2008.

David Grossman è uno scrittore e saggista israeliano nato nel 1954. È autore di romanzi, saggi e letteratura per bambini, ragazzi e adulti, i cui libri sono stati tradotti in numerose lingue.
Del romanzo Qualcuno con cui correre pubblicato nel 2001 e pubblicato in Italia nel 2008, è stato tratto nel 2006 un film diretto dal regista Oded Davidoff.

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Autunno 1999, Gerusalemme.
Due sconosciuti, due vite parallele, due protagonisti, un unico finale, insieme.
Il giovane Assaf, un ragazzo timido, impacciato che ama stare solo. La sua vita stravolta dalla comparsa di un cane, dalla disperata e determinata ricerca dell’intelligente, travolgente, entusiasmante, talentuosa Tamar.
Tanti incontri, persone, indizi, luoghi, storie, verità.
Assaf che si appassiona sempre più della Tamar che gli viene descritta, che è determinato a trovare, ignaro del guaio in cui si trova la seducente sedicenne.
Un cane, la cagna di Tamar, che fa da collegamento tra le due storie: quella della ragazza istintiva, incosciente e responsabile, pura, che rischia la vita per salvare il fratello; e quella di un ragazzo solo e incompreso, rinchiuso in un mondo che non gli appartiene, che si sente finalmente libero, spinto da una frenesia che non aveva mai provato: la ricerca di Tamar per lui era diventata “…non solo importante: essenziale. Come il pane e l’acqua, come il gusto per la vita…”.
E con la cagna al suo fianco, per le strade di Gerusalemme aveva finalmente trovato qualcuno con cui correre, con cui sentirsi libero, vivo.
“Qualcuno con cui correre” è il titolo del romanzo di David Grossman pubblicato nel 2001.
È un romanzo che tratta temi attuali: il problema della droga tra i giovani; lo sfruttamento; l’amicizia, che può esistere tra persone e tra uomo e cane; la passione.
La stessa passione che lega Assaf e Tamar, che dopo averla trovata non lascia più.
Lei aveva bisogno di “… uno con una mano grande così, uno che se ne sta con la mano alzata, forte, ferma, come la statua della libertà. E allora tu, tu da lontano, da qualsiasi punto della Terra, vedrai quella mano e saprai che lì potrai posarti e riposare…”.
Lui era perfetto per lei, glielo aveva dimostrato, era rimasto con lei, sempre. L’avrebbe seguita, ovunque. Lei  “…Lo ascoltava senza sentire, lo guardava senza vedere…”. Non potevano allontanarsi, “…Trovavano scuse per toccarsi, per stringersi l’uno all’altra…”.
“…Il mondo era negli occhi dell’altro…”.
Questo romanzo è ricco di colpi di scena. Si snoda su due racconti paralleli, due ragazzi che alla fine condividono un’unica storia.
David Grossman, l’autore, nato in Palestina, a Gerusalemme è sempre stato un uomo aperto al dialogo, ma nonostante ciò il suo libro non è caratterizzato da parole, ma da azioni, fatti e avvenimenti. “…Il silenzio preserva la saggezza…” lui stesso ha scritto.
È un romanzo che dal mio punto di vista può motivare le persone che lo leggono a seguire le proprie idee, intenzioni, a non arrendersi, a essere determinati a fare quello che si crede giusto.
Sono tanti i romanzi che trattano il tema dell’adolescenza, ma questo testo a differenza di altri mi ha interessato maggiormente per la sua semplicità nel trattare argomenti difficili, e per come critica il mondo degli adulti.
Molti lettori potrebbero, come me, rimanere stupiti interessati dal personaggio di Tamar, dalla sua forza e determinazione, quindi è un libro adatto a chi ama il lieto fine, e chi adora l’avventura, quella di tutti i giorni e quella che ti cambia la vita.

Greta Di Luzio, 2Bsa 2014/15.

Italiani di domani

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Italiani di domani
Rizzoli editore, 2012

Beppe Severgnini (Crema 1956) è editorialista del “Corriere della Sera”, columnist del “Financial Times”, commentatore televisivo. Ha scritto a lungo per “The Economist” e nel 2004 è stato votato “European Journalist of the Year”. è autore di numerosi bestseller, tradotti in molte lingue, il più recente La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri (BUR 2011).

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Questo libro è riassumibile in una parola: nuovo. Ha molte caratteristiche che non ho mai trovato, o che ho visto raramente, in un libro. Quello che salta più all’occhio è la struttura: il libro non è un romanzo, non racconta una storia, non sembra avere un filo logico, non ha un protagonista nel quale riponiamo la nostra fiducia, non ha un antagonista da odiare o da sconfiggere.
Il libro è formato da tante pillole di vita sulle quali Severgnini ha pensato, e secondo me ha pensato bene, per poi elaborarle e metterle in questo libro-guida, in questo manuale per noi giovani.
Ma anche in questo caso…novità! È un manuale che non ci dice cosa fare, rendendoci passivi , dandoci la pappa pronta, ma ci dice come pensare e come atteggiarci per poter entrare nel Italia di domani, migliorandola.
Perciò alla fine un protagonista c’è, e siamo noi, i giovani.
Un antagonista o un nemico, un ostacolo al nostro futuro è la crisi. Sia quella molte volte superata, quella economica, che quella più interna, quella psicologica dei desideri e dei pensieri che ti fermano durante le scelte che Severgnini “vuole” più istintive. Il bello di questo libro, però, è che Severgnini non fa il vecchio saggio onnisciente, perché alla fine ha inserito anche un capitolo chiamato “Le 12 cose che ho imparato da voi “.
Novità numero tre. Questo libro mi è piaciuto, non tanto per le cose dette, perché sono le cose che mi ero prefissato anch’io, ma per l’idea che ha avuto nel creare una  struttura, che ha legato i pensieri rendendoli scorrevoli e simpatici.

Pannocchia Matteo, 3Asa, 2014.

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Leggendo questo libro viene spontanea in mente una immagine meravigliosa della vita e viene voglia di vestire la nostra con quell’immagine. Beppe Severgnini è riuscito a non fare nessun paternalismo e accompagnare il lettore, italiano di domani, in una riflessione lunga ma motivata e che invoglia a cambiare per creare in domani un mondo migliore.

Pascucci Federica, 3Asa, 2014.

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Il libro di Severgnini ci aiuta sicuramente a capire quale deve essere il nostro atteggiamento in questi momenti “difficili” economicamente. Non che mi fidi ciecamente, ma è un giornalista e anche da molto tempo, penso quindi che conosca i fatti e il corso degli eventi, le statistiche e i numeri e senza dubbio è qualcuno che ha vissuto di più e ha avuto esperienze che possono formare una persona (ad esempio i suoi primi anni in Inghilterra).
In tutto il libro, in effetti ha fatto paragoni con le sue stesse esperienze e ha in qualche modo spiegato come ha fatto a risolvere certi problemi.
Lui è nato a Crema e il libro è basato su otto “T”, parole che fungono da chiavi, per poter accedere in modo adeguato al futuro. Le “T” penso siano ispirate alle quattro “T” di Crema, ovvero “Torrone”, “Turione”, “Tognazzi” e “Tette delle donne”.Effettivamente, l’autore con le sue esperienze ha aiutato molti, almeno dal punto di vista morale. Non posso dire di concordare pienamente in tutto ciò che ha detto, però cerco di farne tesoro.Tra le otto “T”, quelle che veramente ho ritenuto fondamentali e utili sono: 1.Talento; 2.Tenacia; 5.Totem.Il Talento è una cosa che tutti hanno. Non tutti hanno lo stesso talento, certo, però ad ogni persona si può attribuire qualcosa che sa fare bene e quella cosa dovrebbe essere il materiale su cui lavorare. Se il talento coincide con quello che ci piace fare, saremo al settimo cielo; ma anche se così non fosse, non dobbiamo trascurarlo! Probabilmente sarà l’unica cosa che ci permetterà di fare qualcosa nella vita. Inoltre son sempre stato dell’idea che quello che ci piace fare può anche rimanere un hobby, giusto per non avere il vuoto nel tempo libero.Il mio talento ancora non so quale sia. Direi che per ora sono un ibrido e direi anche che la scuola l’ho scelta in base a… niente. Forse in base a quello di cui non so niente… In un film, tratto da un libro, “Generazione 2000” se non ricordo male, uno dei protagonisti sosteneva che per riuscire ad affrontare il mondo bisogna in qualche modo sviluppare ciò che non ci piace, che non sembra adatto a noi, il nostro contrario. Quindi se quello che da piccolo volevo fare era lo scrittore di romanzi o il giornalista, il percorso classico sarebbe stato quello più adatto a me, ma secondo questa teoria ho scelto il percorso scientifico, nel quale posso sviluppare abilità che per tutta la mia infanzia non mi avevano esaltato; però in compenso migliorerei l’altra mia abilità, ovvero, l’informatica. Penso che ampliando le proprie conoscenze (non solo accademiche o scolastiche) sia più facile trovare il proprio talento.Certo che, tra lo scrivere, la programmazione informatica, il disegno e mille altre cose, è difficile trovare una cosa che possa essere il mio vero talento e quindi possa diventare il mio lavoro…
Quello che mi serve è sicuramente la Tenacia.
Severgnini lo mette strategicamente subito dopo il talento proprio perché è necessaria al Talento. Tenacia. Ovvero l’arte dell’identificare un obbiettivo e raggiungerlo tenendo duro e abituandosi alla fatica.
Essere tenaci e non lamentarsi, perché questo non ci porta da nessuna parte. Essere tenaci e fare il possibile, ma non diventare uno zerbino. Essere tenaci e sapere la conseguenza dei “se”: se faccio questo, allora questo; se faccio quest’altro allora succederà quest’altra cosa.
La mia Tenacia penso di averla. Non mollo niente e nessuno, a meno che non lo ritenga inutile o addirittura dannoso ai miei fini. Non nego che molte volte ho scelto quello che è facile e non quello che è giusto, ma ormai ho capito la differenza delle conseguenze.
Ho consolidato i miei principi e intendo seguirli. Come ogni anno buttiamo giù una lista di nuovi propositi, un giorno decisi che quello era il primo giorno del resto della mia vita e ho buttato giù una lista di regole. Sono i miei principi, sono ciò che sono.
Severgnini inserisce i Totem. Più o meno è quello che ho fatto io.
Ciò che ritengo giusto, rispetto. Prima di sceglierlo però, ho dovuto riconoscere le cose veramente giuste e oneste. Devo sapere con chi relazionarmi. Scegliere persone da cui possa imparare e persone che hanno voglia di condividere.
Un Totem composto da giusti componenti proteggerà e guiderà bene chi lo ha innalzato. Un Totem composto da pezzi sconnessi e/o danneggiati crollerà addosso a chi l’ha innalzato.
Non è egocentrismo o narcisismo, ma penso che il mio rimarrà a lungo in piedi.
Però, ci sono da tenere in considerazione altri aspetti, altre “T”. La Tolleranza, fondamentale in piccola quantità; letale se troppa. Possiamo tollerare le cosucce, non perdiamo tempo e fatica, ma se le cose si ingigantiscono dobbiamo saper reagire e sapere COME reagire.
La Terra. Dobbiamo ricordarci da dove siamo partiti, perché magari ci ritorneremo.
Però, quello che è fondamentale è esplorare tutte le possibilità. Aprire tutte le porte alle quali andiamo contro.
Ci sono molti momenti, nei quali sembra che una cosa non possa essere, poi si rivela il contrario!
Possiamo girare in lungo e in largo, per poi tornare a casa.
Ultima cosa che vorrei tenere in considerazione è la Testa. Ultima ma non ultima, dulcis in fundo. La Testa, direi che è quella che non deve mancare mai, è il nostro atteggiamento. Ciò che ci caratterizza è il nostro modo di comportarci e relazionarci. Gli altri, semmai dovessero giudicare, sarà quello che giudicheranno.
Sì, qualcuno potrebbe dire che  “se sono così, non ci posso fare niente” ma basta pensare a Pirandello e al suo “Uno, Nessuno, Centomila”. Una singola persona si comporta in modo diverso in base a diverse situazioni. Se siamo bravi possiamo manipolare noi stessi. Possiamo farci diventare diversi di punto in bianco, in base a come ci mostriamo. Per Severgnini, dobbiamo essere prima di tutto ottimisti ed evitare ogni forma di depressione. Lui stesso ne ha passate di brutte e oggi, eccolo lì. Si è realizzato. E con questo libro vorrebbe aiutare noi. Sicuramente l’ha fatto. Bene o male tutte le “T” cercano di insegnare qualcosa; anche se non ho inserito Tenerezza e Tempismo non vuol dire che non ci insegnino; semplicemente le altre T mi hanno formato di più.
Questo libro dovrebbe essere letto da tutti, perché in otto parole si è riassunto il giusto atteggiamento che le persone dovrebbero avere. Io avrò quel giusto atteggiamento.

Davide Zhou, 3Asa, 2014.

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Severgnini con questi consigli ci fa guardare la vita con positività, ci obbliga a sognare, ci insegna come bisogna porsi di fronte alle situazioni difficili e che non bisogna mai abbattersi, perché la vita non è facile, a volte ingiusta, e non sempre si dimostra come ce la aspettavamo.
Questo libro mi ha fatto riflettere e mi ha aiutato ad avere una visione della vita lungimirante.

Claudia Trovato, 3Asa, 2014.

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Un libro adatto a tutti
Se seguissimo tutti i consigli che Beppe Severgnini ci suggerisce in questo libro, probabilmente, noi giovani, saremmo persone migliori: più aperte, più leali, ma soprattutto più ottimiste. Essere ottimisti. Secondo me l’autore di questo libro vuole insegnarci proprio questo. Non trova solo difetti, ma anche tantissimi pregi, in noi e nel nostro Paese. Questi pregi devono aiutarci nella nostra vita soprattutto a cambiarci noi stessi, in meglio s’intende (anche se non sempre ci riusciamo).
“Il mutamento dev’essere visto come un’opportunità” dice, e per me ha pienamente ragione. Non siamo perfetti e mai lo saremo, essendo esseri umani, ma nel cercare di migliorarci non c’è niente di male.
Questo libro ci fornisce otto risorse preziose “otto porte sul futuro” alcune delle quali devono essere, a mio parere, aperte insieme; possiamo avere tanto talento, ma se non abbiamo nemmeno un po’ di tenacia, questo non ci è molto di aiuto. E viceversa, essere pazienti per raggiungere un obbiettivo è importantissimo, ma se non abbiamo il talento, le capacità per arrivare ad esso, la nostra tenacia non servirà a nulla. Ci sono tre chiavi della “chiavi” proposte da Severgnini che sono, per me, più importanti; fondamentali.
Talento, tenacia e testa. Combiniamo questi tre elementi e avremo sicuramente una vita e un futuro pieni di soddisfazioni.
Usate la testa e siate ottimisti.
Severgnini pone questa parte alla fine del libro, ma secondo me l’ha fatto proprio per far si che i lettori non se ne dimentichino, infondo ci si ricorda di più la fine di un libro che l’inizio, no?
“I motivi per essere pessimisti ci sono. Anche quelli per essere ottimisti. È una questione di atteggiamento. Anzi, di testa” scrive.
Di una cosa ci sono quasi sempre due lati, quello negativo e quello positivo. Cerchiamo di guardare quest’ultimo, a volte può sembrarci invisibile, ma c’è. Non bisogna mai smettere di pensare a domani.
Il monto va avanti, qualsiasi cosa accada. Credo poi che se non fossimo ottimisti, se non usassimo la testa, non potremmo essere tenaci.
Tenacia significa anche pazienza.
Se desideriamo veramente una cosa non dobbiamo farci spaventare dagli ostacoli che incontriamo durante il lungo e faticoso percorso, occorre quindi essere ottimisti.
La salita è dura, ci vuole molto impegno e anche talento per arrivare in cima, ma, una volta raggiunto lo scopo per il quale si è lottato tanto, ci si dimenticherà dagli sforzi fatti. Se si avesse tutto subito, le cose sarebbero meno belle, per rendere l’idea: sarebbe insipida.
Per ottenere tutto ciò il talento dev’essere presente, non può essere escluso. Una volta identificato l’obbiettivo occorre talento, “se il vostro talento corrisponde alla vostra passione, tanto meglio”, sarà tutto molto più facile.
Queste tre forze devono essere applicate insieme per ottenere un risultato gratificante.
Testa, tenacia e talento, non dividetele, usatele insieme.
Anche gli altri cinque punti del libro moltissimo; anch’essi devono essere presenti, ma, a differenza degli altri, sono, secondo me, meno importanti.
Anche se alcune parti possono sembrare inutili, inutili non sono, vale la pena andare avanti, leggere il libro fino all’ultima pagina per scoprire, alla fine, che il tempo utilizzato per leggerlo è stato tempo ben speso.
Questo libro è adatto a tutti, come dice Severgnini; qualsiasi persona a qualsiasi età, può decidere di cambiare se stessa, ma , secondo me, è rivolto maggiormente ai giovani, i quali hanno ancora una lunga vita e hanno bisogno di consigli su come affrontarla al meglio.

Jasmin Soliman, 3Asa, 2014.

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Se questo è un uomo

Primo Levi
Se questo è un uomo
Einaudi editore, 1958

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987), è una delle figure emblematiche della letteratura italiana; scrittore e poeta, con una laurea in chimica, è autore di numerosi racconti e romanzi, oltre a diversi sagge e memorie. Reduce da Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo” nel 1947. Einaudi lo accolse solo nel 1958 nella collana “Saggi” ed è tutt’ora costantemente ripubblicato.

 

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“Se questo è un uomo” di Primo Levi è un romanzo all’interno del quale l’autore racconta la sua permanenza, in quanto ebreo, nel campo di concentramento nazista di Auschwitz, in Polonia.
L’arrivo al campo fa seguito a un lungo viaggio che, cominciato il 22 febbraio 1944, vede Primo Levi e altri 650 deportati ebrei stipati all’interno di vagoni merci. Le condizioni nelle quali i prigionieri affrontano il viaggio sono terribili: essi sono ammassati l’uno sull’altro, vecchi e bambini, uomini e donne. 
Molti di loro muoiono proprio durante la deportazione. 
Giunti al campo di concentramento, viene ordinato loro di spogliarsi e dichiarare se sono abili o meno al lavoro. Solo i primi potranno continuare a “vivere”. Sebbene la menzognera scritta “Il lavoro rende liberi” posta all’ingresso del campo possa far credere diversamente, i prigionieri intuiscono presto di essere destinati a morte certa.
I lavori forzati sono estenuanti, i pasti poverissimi (una fetta di pane e della zuppa). Ciò che più mi ha impressionato sono i tentativi che gli internati attuano per migliorare la loro miserabile esistenza: fanno in modo che la parte di zuppa destinata loro sia quella posta più in basso nella pentola, poiché più sostanziosa; allenano l’udito al fine di accorgersi, di notte, se la coppa-orinatoio sta per riempirsi, perché l’ultimo ad usarla prima che tale condizione si avveri è costretto a trasportarla, nel gelo della notte di Auschwitz e con le ginocchia nella neve, per vuotarla.
Molti deportati non sono più uomini, ma solo spettri che si trascinano da una parte all’altra del campo. Solo pochi, i “salvati”, hanno conservato un briciolo di umanità, che permette loro di non disperare nell’avvenire e di continuare a lottare per la sopravvivenza. 
I “sommersi” sono invece rassegnati alla morte nelle camere a gas.
Levi ha modo di sviluppare alcune amicizie, come quella con Alberto. Questi viene infine destinato alla tragica marcia della morte, nella quale i prigionieri devono percorrere enormi distanze inutilmente, solo per sottrarsi all’arrivo dei sovietici liberatori.
Primo Levi cerca di analizzare, e lo fa con una obiettività e competenza spiazzanti, l’animo e la psicologia umani. L’autore si concentra così sulla “zona grigia”, che comprende gli internati i quali, in virtù di una collaborazione coi capi del campo, possono godere della condizione di privilegiati. Proprio loro, spesso, si rendono protagonisti di angherie nei confronti dei compagni internati. 
Ma chi può condannare un uomo perché ha commesso un furto ai danni di un proprio compagno, in una condizione di totale assenza di umanità come quella che vige nel lager? È a questa diffusa mancanza di umanità che allude il titolo del libro: uomini non sono i nazisti che hanno perpetrato tali sofferenze, così come non è più uomo colui che le ha subite.
“Se questo è un uomo” è un insieme di sentimenti forti e situazioni toccanti, ma allo stesso tempo stimola ragionamenti profondi anche sul senso della vita e sarebbe impossibile racchiudere tutti questi concetti in una recensione. Levi ha scritto questo libro tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947 e il linguaggio che egli adopera, asciutto e per questo incisivo, tradisce il desiderio dell’autore di far conoscere quanto prima il dramma della prigionia nei campi di concentramento nazisti.
Trovo questo libro uno dei più interessanti che io abbia mai letto: la concentrazione e il coinvolgimento nel racconto erano tali da impedirmi di staccarne gli occhi. 
Ho guardato, sul web, alcuni video di interviste di Primo Levi e, dal modo in cui parla e in cui ragiona, mi sembra impossibile che si sia suicidato e che la causa di tale suicidio siano stati i traumi subiti nel lager (le circostanze della sua morte non sono chiare). Ciononostante, non è raro sentire di traumi che, apparentemente archiviati in età adulta, si ripresentano in quella più avanzata.
Sebbene trovi molto interessante il contenuto del libro, sento di non condividere appieno la feroce invettiva contenuta nella poesia “Se questo è un uomo” che precede il libro stesso.

Bruno De Marini 4As, 2012

Bianca come il latte, rossa come il sangue

Alessandro D’Avenia
Bianca come il latte, rossa come il sangue
A. Mondadori editore, 2011

Alessandro D’Avenia è nato a Palermo il 2 maggio del 1977 e si è laureato nel 2000 in Letteratura greca, vincendo poi un dottorato di ricerca all’Università di Siena in Antropologia del mondo antico. Nello stesso anno inizia a insegnare prima nella scuola media inferiore per poi passare a quella superiore. Attualmente insegna italiano e latino in un liceo milanese.
Bianca come il latte, rossa come il sangue è il suo primo romanzo pubblicato nel 2011 e che nel 2012 è divenuto un film.

fonte: www.profduepuntozero.it

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Questo è un bel romanzo; ha il suo fascino, ma non mi ha coinvolto come l’ultimo letto (Il cacciatore di aquiloni) per il semplice fatto che secondo me, se un ragazzo è innamorato, non si comporta come il protagonista Leonardo, che alla morte di Beatrice, si consola con la sua migliore amica Silvia.
L’amore è tutta un’altra cosa; l’amore è quando non respiri, quando tutto sembra assurdo, quando ti manca quel qualcuno, quando è bello anche se è stonato, quando è follia, quando solo all’idea di vederlo accanto ad un’altra attraverseresti a morsi l’oceano per averlo accanto a te, quando perdi la persona di cui sei innamorata\o e il mondo sembra diventare bianco e nero.
L’amore è gioia, dolore, l’amore è questo. Non si può “rimpiazzare” la persona di cui sei innamorato veramente, solo perché non c’è più. Questo è ciò che penso.
Comunque sia, nel leggerlo mi sono commossa, concludo affermando che l’amore raccontato da D’Avenia è un amore “malato” in tutti i sensi!

Giada Pilato, 2D, 2012

Il cacciatore di aquiloni

Khaled Hosseini
Il cacciatore di aquiloni
Traduzione di Isabella Vaj
PIEMME editore, 2004

Figlio di un diplomatico e di un’insegnante, è nato a Kabul nel 1965, ultimo di cinque fratelli. Nel 1980, dopo l’arrivo dei russi, ha ottenuto asilo politico negli Stati Uniti, trasferendosi con la sua famiglia a San Josè, in California, dove vive tuttora con la moglie e i due figli.
Laureato in medicina all’università di San Diego, nel 2003 ha scritto il suo primo romanzo, Il cacciatore di aquiloni, diventato un eccezionale caso editoriale e ora anche un film molto amato dal pubblico.

fonte: www.hosseini.it

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Il cacciatore di aquiloni è un romanzo che non si può ignorare. Appena ho letto la trama, ha suscitato in me una curiosità pazzesca a tal punto da dire: ”Mamma è questo il primo libro che leggerò”. Infatti, così è stato. È un romanzo intenso, commovente, umano.
È grande la capacità dello scrittore di appassionare il lettore con un linguaggio semplice, spontaneo, che arriva dritto al cuore; emerge dalle sue parole, dalla cura dei dettagli, dalla descrizione dei luoghi, usi, costumi, tradizioni, un grande amore per la sua terra e il dolore per le vicende storiche cha hanno trasformato l’Afghanistan in un luogo di guerra e morte.
L’autore vuole far capire che c’è sempre un modo per essere buoni e per rimediare agli errori che si fanno nella propria vita, come è successo con Amir. Insegna anche che, purtroppo, alcuni errori si commettono non per la propria volontà, ma perché dettati dalle paure e dalle circostanze del momento, oppure tante volte si commettono errori involontari perché si ascolta la testa e non il cuore.
Questo libro mi ha fatto riflettere, ogni pagina m’incuriosiva sempre più, è un bel libro che consiglierei a chiunque perché fa riflettere sulle difficoltà della vita e su come le circostanze possano condizionare l’esistenza di un uomo, però c’è sempre rimedio a tutto, l’importante è riconoscere le proprie mancanze e non perdere mai la fiducia in se stessi e negli altri. Quando leggevo la storia mi ritrovavo a piangere fra una riga e l’altra, ma nello stesso tempo mi sentivo più forte e ricca nell’animo.

Giada Pilato, 2D, 2012

L’eleganza del riccio

Muriel Barbery
L’eleganza del riccio
Traduzione di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli
Edizione E/O, 2006

Muriel Barbery (Casablanca, 28 maggio 1969) è una scrittrice francese. Allieva dell’École Normale Supérieure è stata docente di filosofia presso un istituto universitario di formazione degli insegnanti.
L’Élégance du hérisson (L’eleganza del riccio) è il suo secondo romanzo ed è stato una delle sorprese editoriali del 2006 in Francia: ha infatti avuto ben 50 ristampe ed ha venduto oltre 2 milioni di copie, occupando il primo posto nella classifica delle vendite per trenta settimane. Al 2011, il romanzo ha venduto oltre 5 milioni di copie in tutto il mondo.
L’edizione italiana, forte di oltre 1.700.000 copie vendute grazie al passaparola dei lettori, ha raggiunto, nel febbraio 2008, il primo posto nella classifica generale dei libri.

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 In questo romanzo vengono trattati temi come l’amicizia e l’importanza, in se, della vita. Viene fatto capire molto spesso che non bisogna fermarsi alle apparenze e che nella vita non bisogna farsi troppe illusioni ma bisogna sempre guardare in faccia la realtà
Tutta la vicenda si sviluppa in un palazzo nella Rue de Grenelle 7 a Parigi, abitato da famiglie ricche appartenenti all’alta borghesia. La storia si sviluppa in due parti : da una parte ci viene raccontata la vita di una portinaia e dall’altra quella di una ragazzina. La storia è ambientata ai giorni nostri. Nascosta da tutti, nella guardiola del nobile palazzo, vive Renée, una portinaia che apparentemente si presenta sciatta, grassa, chiusa in se stessa e dipendente dalle trasmissioni televisive. Eppure dietro a questa donna comune si nasconde una donna di grande animo e di interessi, che legge, studia e si appassiona molto alla cultura giapponese. L’altro personaggio simbolico è Paloma, una bambina che stanca della mediocrità dell’essere umano e di non essere capita, decide di uccidersi nel giorno del suo tredicesimo compleanno. È una ragazzina sveglia, con molte idee brillanti ma purtroppo con un approccio critico alla vita; si sente diversa delle sue compagne , troppo immature. Cercherà sempre di non mostrare ciò che realmente è ma grazie all’aiuto del signor Ozu troverà una fedele amica alleata in Renée. Il finale della storia è del tutto inaspettato in quanto Renée muore investita da un furgone della lavanderia, sotto gli sguardi di tutti ma soprattutto sotto quelli della ragazzina e del signor Ozu, l’uomo che dopo tanti anni dalla morte del marito le aveva fatto battere il cuore. La Vicenda dura qualche mese.
La storia è narrata in prima persona dalle due protagoniste (il libro è scritto in piccoli capitoli alternati tra le due protagoniste e infatti cambia anche il carattere grafico).
Viene usato qualche volta dalle protagoniste il flashback, per ricordare i tempi passati. Il lessico è semplice e delicato, ha la sintassi pulita, ci sono molti spunti letterari a volte anche troppo complessi.

Ho iniziato a leggere il libro lentamente e a fatica ma poi ha iniziato a coinvolgermi sempre di più. Le molte riflessioni filosofiche delle due protagoniste mi hanno rallentato la lettura e mi hanno costretto a leggere più volte per capire. È un libro che aiuta molto a riflettere e in alcuni punti è persino pesante ma questa pesantezza è spezzata dalla voglia di conoscere il seguito della storia. Ha certamente un finale inaspettato e sicuramente non scontato e fa riflettere molto su quanto sia bella la vita.
Una delle frasi che mi ha colpito maggiormente è una che dice che la morte provoca maggiore dolore alle persone che ti vogliono bene che a se stessi. Mi è piaciuto molto questo libro e lo consiglierei a chi come me ha voglia di riflettere e imparare. Ancora una volta ho capito che non bisogna fermarsi alle apparenze e che ogni persona ha molto da insegnarci, anche se non lo dimostra con i gesti
Un’altra frase che mi ha colpito molto è questa: “Madame Michelle ha l’eleganza del riccio; fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente  solitari e terribilmente eleganti”.
Penso che sia la frase-chiave del libro in quanto ne riassume il significa principale.

Carlotta Fiati, 2Asa