Il significato della lettura

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico, che egli offre al lettore per permettergli di discendere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.
A partire da questa affermazione di M. Proust, rifletti sul valore della lettura nella tua esperienza di studio e nella società contemporanea.
Quali libri, nel corso degli ultimi cinque anni di scuola superiore, hanno costituito per te una “lente di ingrandimento” sulla vita?
Illustrali e motiva le tue scelte. Al di là dell’obbligo scolastico, quale ruolo riveste oggi la lettura dei libri, cartacei e digitali? È uno strumento di evasione e si riflessione ormai superato?
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Lentamente un fiocco di neve cadeva, si poggiava silenziosamente su un ramo solitario e giaceva in attesa…
Ad una finestra una ragazza che osservava rapita l’esile movimento del fiocco, teneva un libro in una mano, una camomilla calda nell’altra e mentre leggeva, pensava…

La lettura è un piccolo attimo di pace e quiete che l’individuo ritaglia per sé dal quotidiano e si ascolta i propri pensieri. Ogni libro ha un piccolo messaggio nascosto che viene sussurrato tra le righe, ma sta al lettore scoprirlo, ascoltarlo ed interpretarlo.
Questo messaggio può far soffermare su alcuni aspetti del vero o, addirittura, stravolge la vita del lettore stesso.
Non sempre i libri riescono ad entrare in contatto con quest’ultimo; deve crearsi una sorta di legame tra il libro e il lettore, un “accettarsi” e ritrovarsi come una fossero amanti. La lettura porta in luoghi lontani, smussa dolori, regala gioie e rassicurazioni.
Nella società odierna il piacere della lettura è andato via via sviluppandosi e dai classici libri cartacei, di cui l’odore e la ruvidità della carta si imprimono e attivano tutti i sensi del lettore (vista, olfatto, udito, tatto), si è passati agli eBook, iPad, eReader alle applicazioni per Smartphone. Non è del tutto un fattore negativo questo sviluppo tecnologico, anzi non si è perso contatto il gesto del leggere e la società odierna continua a trasportare con sé decine, centinaia di libri in digitale che porta con sé ovunque. Io stessa nel mio cellulare ho una cinquantina di libri e una libreria digitale che mi consente in qualsiasi momento di scaricare un libro che mi interessa, mi offre anteprime, recensioni e in fine, dopo averlo acquistato o scaricato gratuitamente, il mio libro è lì, nel cellulare e può essere letto assolutamente in qualsiasi momento della giornata.

Non è un male, dunque, lo sviluppo tecnologico anche nel settore dei libri dato che permette ancora alla società odierna di continuare a leggere; l’unico difetto è la perdita dei sensi che può creare distacco tra il libro e il lettore.
Lo schermo di un eReader certamente non odora di carta stampata, non è ruvido, non vi sono errori di stampa (fattore visivo) e quando si voltano le pagine non si sente il suono che esse creano.
Il valore ella lettura è rimasto invariato, è un piacere intriso in noi (amanti del leggere) che non può essere disperso. Cambiano gli approcci, tecnologici o non, ma il valore rimane sempre lo stesso.
Negli ultimi cinque anni del mio percorso scolastico tre sono i libri che maggiormente mi hanno segnato e fatto riflettere. Può darsi che mi abbiano aiutata anche a cambiare modo di osservare la vita e mi abbiano infuso speranza.
Il primo è “Il Piccolo Principe” di cui recentemente è uscito anche il film. A questo libro sono particolarmente affezionata per una serie di ricordi dolceamari, ma ogni volta che l’ho letto e riletto ho sempre trovato un messaggio nuovo, diverso. L’unicità degli amici, il valore dell’amicizia. Il Piccolo Principe addomestica la volpe, e la volpe non si dimenticherà mai di lui; il Piccolo Principe ha una rosa rossa, ma quella è la sua rosa, è unica perché l’ha coltivata e protetta lui. L’ha ascoltata vantarsi, pavoneggiarsi, l’ha protetta dal vento e dagli insetti. Questo libro è una metafora grandissima che sussurra l’importanza del valore dell’amicizia, o almeno è ciò che a me ha trasmesso.
Un altro libro è “Cose che nessuno sa” di A. D’Avenia. Questo libro si può dire che sia capitato obbligatoriamente tra le mie mani (lettura consigliatami da una mia docente di lettere) e tra una pagina e l’altra, il messaggio che più è rimasto impresso in me è il perdono. Non è facile perdonare e per come è il mio carattere tendo a non concedere seconde possibilità, ma in “Cose che nessuno sa” si affronta un lungo viaggio doloroso, di cui rimarranno anche le cicatrici e nonostante ciò Margherita e sua madre perdoneranno il papà che era scappato con un’altra donna.
L’ultimo libro, ma non meno importante, anzi direi quello che ha risposto ad una domanda che mi sono sempre posta, è “Le cinque persone che incontri in cielo”.
La domanda che mi sono posta per anni, e che credo tutti si pongano almeno una volta nella loro vita è: perché sono nato?
Qual è lo scopo della mia esistenza?
Ricordo come suppliziavo il mio cervello per ottenere una qualsiasi risposta a queste domande simili tra di loro e poco tempo fa, un mio caro amico mi prestò questo libro che mi piacque talmente tanto da comprarne una copia tutta mia. Le cinque persone che incontri in cielo non sono altro che fasi della tua vita che ti condurranno allo scopo per cui sei nato. Che la tua vita ti sembri distrutta, finita, a pezzi, e ti faccia veramente schifo, si è sempre nati per qualcosa di più grande di noi, di più bello. Siamo nati per qualcuno, per qualcosa, per diventare qualcuno, per salvare qualcuno.
Non è ripetitivo.
Il libro mi ha fatto capire che siamo nati perché alla nostra vita è collegata direttamente, o indirettamente, quella di altre migliaia di persone. Non devo diventare per forza uno scienziato importante, o il presidente degli Stati Uniti, so solo che esisto perché la vita è parte di un’enorme ed infinito castello di carte: se ne togli una, molte altre cadranno, se non tutte.

Ogni libro è come un pezzo di un puzzle che va a comporre una sezione importante di noi stessi. Va a lenire dolori, a fornire gioie e risposte, a farci evadere dall’odierno e dal monotono.

La sera era discesa e le stelle brillavano nel cielo, il libro posato sul comodino accanto al letto e la tazza, ormai vuota, posata su di esso.
Un’altra sera passata a sognare, a danzare tra immagini nitide e riflessioni.
Ogni sera d’inverno le mie giornate finivano così.

Hanane Chahir, 5Dgs a.s. 2015/16
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Il valore della lettura nella mia esperienza di studio è molto importante.
Attraverso i libri e la loro lettura veniamo a conoscenza il più delle volte di cose che prima ci erano sconosciute.
È importante leggere in quanto amplia il nostro lessico e la nostra cultura.
Ma nella società contemporanea il valore della lettura è andato sempre più diminuendo.
Ci si interessa di meno, si hanno tantissime distrazioni e poco tempo.
Oggi il ruolo della lettura dei libri è sottovalutato.
Essi ci servono per comprendere meglio la realtà che ci circonda ma sopratutto sono fondamentali per comprendere noi stessi.
Infatti: “Ogni lettore quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico, che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.
Il libro è rimasto ancora oggi uno strumento di riflessione ed evasione.
Leggere ti permette di staccarti dalla realtà, viaggiare lontano con la mente ed esplorare luoghi che solo chi legge può comprendere.
Leggendo ci catapultiamo in una realtà completamente diversa dove il protagonista del libro siamo noi. Ci immedesimiamo in esso.
Alcune volte riconosciamo noi stessi nel carattere del protagonista o nel pensiero dell’autore.
Ogni lettore quando legge, legge se stesso ma quando ha finito il libro cosa può leggere?
Cosa gli rimane?
Finire il libro è sempre una tragedia.
Quando la storia ti appassiona vorresti che il libro non finisse mai.
Sei curioso.
Sei curioso di sapere come finisce la storia ma allo stesso tempo non vorresti finire di leggere il libro perché poi, avendolo finito, non ti rimane più niente.
Chiudi il libro e fissi il vuoto per assimilare il dispiacere di averlo finito e la lezione di vita che esso ti ha dato e che ti rimane.
Il libro, come disse Proust, è una specie di strumento ottico che lo scrittore offre al
lettore per permettere di cogliere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.
Hanno quindi costituito per me una lente di ingrandimento sulla vita i seguenti libri: “Le prime luci del mattino” di Fabio Volo, “Siddharta” di Hermann Hesse e “Unbroken” di Laura Hillenbrand.
Questi sono stati la mia lente di ingrandimento sulla vita in quanto leggendoli mi sono rispecchiata nei personaggi e nelle moltissime citazioni dell’autore, che puntualmente sottolineo, che esprimevano le emozioni che provavo nel momento e periodo in cui ho letto tali libri.
Per quanto riguarda il libro “Siddharta” mi sono rispecchiata nel personaggio e nei valori che il famosissimo scrittore ha espresso. Valori in cui credo come il rispetto reciproco tra gli uomini e il rispetto per la natura.
“Unbroken” invece è un libro che in pochi conoscono.
È un’autobiografia di Louis Zamperini.
Un ribelle, un atleta, un naufrago, un prigioniero di guerra e infine un sopravvissuto.
È una storia interessante in quanto tratta anche argomenti di cui la storia non parla frequentemente come la cattiveria dell’Impero nipponico durante la seconda guerra mondiale. Di solito di quel periodo si conosce la crudeltà dell’Impero tedesco sotto il regime nazista e lo sterminio degli ebrei.
Dunque è stato interessante leggerlo in quanto mi ha arricchito di nuove conoscenze. L’ultimo libro che mi ha fatto riflettere è stato “Le prime luci del mattino” di Fabio Volo. In quest’ultimo libro mi sono rispecchiata molto nelle citazioni dell’autore come:
“ho imparato a trovare dentro di me le misure e le ragioni del mio vivere. Ho capito che dovevo essere ciò che sarò, non posso più vivere per compiacere qualcuno, obbligandomi ad essere quella che non sono” e “mi accuso di non amare abbastanza e mi riprometto di amare di più, come se tutto si potesse sistemare amando più intensamente. E allora non so nemmeno io dove trovo altra forza, investo nuovamente tutto nell’illusione di trasformare la menzogna in verità”.
Sono citazioni che fanno riflettere e che esprimono quello che sentivo e che non sono mai riuscita a dire.
Le persone dovrebbero leggere di più.
Avere più cultura. Più punti di vista.
I libri hanno un valore inestimabile per i lettori e questo, nonostante le distrazioni e le nuove tecnologie, non cambierà mai.
I libri e la lettura sono alla base della conoscenza e della cultura.
Più una persona è colta e più dovrebbe essere sensibile. E di persone così in giro ce ne dovrebbero essere di più.
Spegniamo la tv e accendiamo i cervelli!
Accendiamo gli occhi che sono i fari della nostra mente e indirizziamo su un libro.
Il risultato non tarderà a venire!

Sara Consonni, 5Dgs a.s. 2015/16
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 Pagine, lettere, parole. È così semplice un libro, eppure nella sua semplicità riesce a trasmetterci emozioni che possiamo portarci dentro per tutta la vita. Quando ogni lettore apre un libro si ritrova immerso nella mente dello scrittore. Egli immedesimandosi nel protagonista del libro cerca di trasmetterti un messaggio, che tu non devi far altro che cogliere. Nella mia esperienza, quando finisco un libro, rimango sempre affascinato. È come se si fosse aggiunto un tassello al mio essere. Ogni libro che finisco mi fa pensare a cosa mi ha lasciato e cosa mi voleva trasmettere lo scrittore. Per me la lettura è un vero passatempo, che mi tiene compagnia quando voglio rilassarmi.
Ci sono libri che dopo poco tempo ho smesso di considerare, ma altri posso affermare che hanno costituito per me una “lente di ingrandimento sulla vita”. La scelta del genere preferito può rispecchiare un po’ il nostro modo di essere. Il mio genere preferito è infatti quello thriller, infatti ho letto molti libri di Dan Brown: Il Codice da Vinci, Angeli e Demoni, Inferno, Il Simbolo perduto. Questo genere di libri con attimi di suspense, di mistero, forse rispecchiano nella scoperta di qualcosa che non conosco in me, e seguendo pagina dopo pagina la storia del professor Robert Langdon, mi immedesimo in questo personaggio.
Il libro che però mi ha fortemente segnato è: “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. Il particolare che mi ha colpito è come viene trattato il linguaggio all’interno del libro. Alex il protagonista narra la storia in prima persona dandomi la sensazione di essere davvero lì a sentire il discorso.
Burgess, attraverso il protagonista è riuscito a trasmettermi la sua idea dell’umanità e dell’uso della violenza gratuita. Alex è malvagio, commette sempre gesti violenti, ma una volta costretto a privarsi di se stesso, dopo aver avviato una terapia per estirpare la sua malvagità interiore, non ha più la possibilità di scegliere tra bene e male. Una volta finito il libro la domanda che mi è rimasta è: ma noi possiamo davvero scegliere cosa essere? O devo sottostare a ciò che vuole la società?
Un altro libro che mi ha colpito molto è ”Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne. Quando ho letto questo libro ero molto più piccolo, della stessa età di Bruno, il protagonista. Una volta finito questo libro è impossibile non porsi delle domande su ciò che si ha appena letto. Ciò che mi ha davvero colpito è come viene descritto come viene privato ogni diritto alla vita per alcune persone. Quando ho finito il libro la domanda che mi sono posto è: perché nonostante conosciamo tutti gli orribili errori che sono stati commessi in passato, ancora oggi alcune persone provano odio verso altre persone?
I libri a parer mio, sono molto importanti, perché servono ad aprire la mente alle persone che li leggono, e a crearsi una proprio opinione in merito a diversi argomenti. Nella società contemporanea, purtroppo la lettura non è uno dei passatempi preferiti, sia da giovani sia da adulti. Al giorno d’oggi i libri vengono messi in seconda posizione, preceduti dai film. Anch’io personalmente ho visto molti più film rispetto ai libri, sopratutto perché ho una forte passione per la cinematografia. Nell’ultimo periodo il cinema ha superato nettamente il libro, ma non considero il libro come uno strumento oramai superato.
Il limite che abbiamo nei film è quello di sottostare all’idea che il regista si è fatto di quella storia, questo a volte può essere un sinonimo di carenza di immaginazione. Il libro riesce a inserire nella storia molti più contenuti e leggendo le parole, ognuno di noi è in grado di inventare l’ambientazione, un volto ai personaggi rendendo la storia ancora più affascinante. Quindi penso che il libro sia uno strumento fondamentale per riuscire ad avere una proprio idea su molti argomenti e ad ogni libro letto aggiungiamo un pezzo al nostro essere e ci aiuta a scoprire lati di noi stessi che a volte non conosciamo.

Manuel Melidoro, 5Dgs a.s. 2015/16
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 Cosa significa “leggere”? E “lettore”?

Sono diversi i significati che vengono attribuiti all’azione “leggere”, ma la più corretta credo sia la seguente: “Seguire con gli occhi i caratteri di una scrittura, intendendo il significato di parole e frasi”.
Per “lettore” invece si intende: “Chi legge, chi si dedica alla lettura”.
Proust afferma: “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico, che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.
Io personalmente concordo in parte con quanto affermato da Proust, poiché è vero che ogni lettore, quando legge, legge se stesso, ma l’opera dello scrittore non la considero soltanto uno “strumento ottico” per il lettore, bensì anche una sorta di “manuale di vita”.
Ogni individuo, lettore, sceglie personalmente quali libri comprare, quali libri sfogliare e approfondire. Ognuno è libero di interrompere una lettura se considerata noiosa o insensata o ancora poco produttiva.
Si sceglie personalmente che libro seguire e portare avanti, intendendone a pieno le parole e le frasi scritte.
Io non mi reputo un lettore accanito, ma i libri che ho letto, li ho sfogliati volentieri.
Tra quelli che preferisco ci sono: “L’ultima alba di Guerra”; “L’arte della Guerra”; “American Sniper”; “Io e Te”.
Questi libri mi piacciono molto… Ma non mi raccontano.
Certo, mi piace pensare di vivere secondo le ideologie del libro, ma non mi descrivono. Non leggo me stesso. Leggo una sorta di manuale per comportarmi come dei personaggi che sembrano dare validi insegnamenti.
I libri che ho letto, ad esempio, mi hanno fatto capire i valori della Patria, mi hanno dato degli ideali di vita, mi hanno commosso e hanno rafforzato gli insegnamenti ricevuti in famiglia sulla lealtà e sulla disciplina.
Oggi però la lettura è sempre meno praticata. Ormai sono altri gli strumenti per passare il tempo.
Nel 2016 la molteplicità della tecnologia ruba letteralmente spazio alla lettura di un libro… di un pezzo di carta macchiato di inchiostro. Sono pochi i ragazzi che scelgono un libro al posto di un videogame o di una rete Wi-Fi che permette l’accesso a qualsiasi “Social”.
Sia l’uso della tecnologia che la lettura di un libro offrono la possibilità di “evadere”, riflettere, uscire da uno stato di noia, scappare dalla monotonia.
Certo, un’immagine o una frase “postata” è più immediata, richiede poco tempo.
La lettura di un libro richiede invece concentrazione e fatica.
Il libro è quindi uno strumento di vita superato? No, non credo. Un libro può ingiallire, può rimanere in soffitta o in uno scaffale per anni coperto dalla polvere, può perdere la copertina o magari qualche pagina, ma sicuramente non potrà mai smettere di raccontare un chi, un quando, un dove, un cosa, un perché. Poco
importa se gli occhi e la mente del lettore leggeranno per noia, per interesse, per scelta o per obbligo, per conoscere o per criticare. In qualsiasi caso il libro avrà svolto la sua funzione: porre il lettore di fronte a lettere che, combinate in parole e unite poi in frasi, raccontano un mondo tutto da scoprire. Com’è possibile allora rinunciare alla grande occasione di aprire un libro?
Forse occorrerebbe, soprattutto da parte dei giovani, solo più coraggio e forza di volontà.

Simone Mercanti, 5Dgs a.s. 2015/16
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 I libri racchiudono tutta la saggezza del mondo.
Come pretendiamo di capire la vera essenza della nostra vita se non li leggiamo? Pecchiamo di presunzione.
Al loro interno possiamo trovare una quantità quasi spaventosa di informazioni ed esperienze di vita, tutte utili a renderci delle persone migliori.
Molti sono scettici nei loro confronti e sottovalutano le potenzialità che un libro ha da offrire.
Del semplice inchiostro nero su foglio bianco può avere tanta forza da evocare sensazioni, stati d’animo, pensieri, colori e profumi.
Tutto ciò ha dell’incredibile, eppure ce li abbiamo sotto il naso tutti i giorni.
Basterebbe aprirli e dedicargli anche solo un quarto d’ora al giorno e già vedremmo il mondo con occhi diversi.
Bisognerebbe abituare i propri figli a leggere fin dalla tenera età, nella quale loro non sono nient’altro che un foglio bianco che ha bisogno di essere scritto e che continua a scriversi ininterrottamente.
Se non abbiamo avuto la fortuna di innamorarci della lettura fin da piccoli non dobbiamo disperare: leggere è senza tempo né epoca, andrebbe fatto sempre indipendentemente dall’età o da qualsiasi altra condizione.
Non ha mai fatto male a nessuno spendere del tempo in un ambiente tranquillo con un libro in mano, magari alla scrivania con una bevanda calda vicino quando fuori infuriano pioggia e brutto tempo, completamente catturati da ciò che si sta leggendo e pronti ad imparare cose sempre nuove.
Una volta superati i pregiudizi il gioco è fatto. Uno dei tanti benefici della lettura è quello di renderci più intelligenti e sensibili nei confronti di tutto ciò che ci circonda, sconfiggendo la quotidiana superficialità che ci costringe a rimanere per ore incollati a cellulari e televisori senza esserne mai veramente soddisfatti.
I libri allenano il nostro cervello a rimanere concentrato su un messaggio soltanto anziché venirne costantemente “bombardati” come accade quotidianamente con i mass media.
Migliorerà così la produttività e verrà stimolata la creatività e l’immaginazione,
arricchiremo la nostra proprietà di linguaggio e comprenderemo di più il mondo, gli altri e anche noi stessi.
La nostra attività cerebrale tutta verrà impegnata molto più di quanto avviene normalmente stando sdraiati su un divano. Numerosi ricercatori sostengono anche che la lettura funga da vero e proprio “anti-stress”, abbassando la pressione sanguigna e generando un senso di calma e relax nell’organismo.
Le vicende narrate nei romanzi inoltre rendono più empatici e ci fanno immedesimare nei personaggi, calare nei luoghi, nelle situazioni, nei momenti di gioia, di euforia, di speranza, di delusioni, di dubbi e di paura.
In appena quaranta minuti è come se vivessimo un’intera vita.
E’ a dir poco incredibile la quantità di emozioni che un libro, a prima vista quasi banale, può farci provare.
Sono proprio questi i motivi per cui amo tanto leggere, impegnandomici quotidianamente insieme ad altri interessi.
Ho scoperto la lettura fin da molto piccolo, quando girovagando per le stanze della casa di mio nonno materno un bel giorno mi sono imbattuto in uno scaffale pieno di libri e fotografie.
Incuriosito dalle copertine pieni di colori vivaci ho scoperto successivamente anche ciò che vi stava dentro.
Per me i libri, soprattutto quelli di fantasia e avventura (cito “Le cronache di Narnia” di C.S. Lewis oppure “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry), sono sempre stati una possibilità di evasione dalla realtà, che grazie alla creatività assume tutto un altro sapore.
Crescendo ho scoperto che di libri ve ne sono a bizzeffe e che svolgono anche un’altra funzione, ovvero quella di trasmettere conoscenze da persona a persona e far riflettere su molti aspetti della vita che sicuramente non avrei mai messo in discussione se non li avessi letti. Recentemente ho rispolverato un libro di Ken Follett che s’intitola “I pilastri della terra”.
E’ un romanzo storico ambientato nel medioevo, che narra le vicende di diversi personaggi che si intrecciano tra di loro finendo poi per influenzarsi l’uno con l’altro: c’è Tom il muratore che sogna di costruire una cattedrale e sfamare la famiglia grazie al suo lavoro, Philip il monaco intraprendente e animato dai sinceri valori cristiani, William
Hamleigh crudele signore locale che stringe un patto di convenienza con il vescovo Waleran Bigod, che affamato di potere diverrà manipolatrice ingannando i protagonisti per il proprio tornaconto personale.
Il primo insegnamento che questo libro mi ha trasmesso è quello di inseguire i propri sogni con tutte le proprie energie, grandi o piccoli che siano nessuno lo farà mai al nostro posto, conviene cominciare fin da subito! Uno spunto di riflessione che mi ha colpito molto si può trovare nell’evoluzione dei personaggi che inizialmente sono buoni ma che una volta avuto a che fare con quelli malvagi decidono, nonostante tutto, di rimanere fedeli ai propri ideali usando però le loro stesse tecniche immorali e subdole per contrastarli.
Un altro messaggio nascosto che si può cogliere leggendo tra le righe consiste nei personaggi cosidetti “cattivi”.
Se all’inizio l’egoismo, la superbia e l’avidità sembrano quasi premiare chi ne fa uso indiscriminato a discapito di tutto e tutti, successivamente i personaggi negativi del romanzo ne diverranno completamente schiavi, venendo trascinati in un vortice senza fine di odio e oscurità che sarà poi la loro stessa rovina.
Ma l’insegnamento più grande che ho ricavato dalla lettura di Follett è questo: ogni aspetto della realtà ha sempre un lato nascosto di cui ignoriamo l’esistenza.
In fondo l’abito non fa il monaco, così come la copertina non fa il libro.
Bisogna scavare nella profondità delle cose se si vuole vederne l’essenza, l’anima, se si rimarrà in superficie si vedrà solo ciò che appare.
E ciò che appare il più delle volte, è il contrario di ciò che veramente è.

Francesco Murro 5Dgs a.s. 2015/16
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Pensare, il primo modo per essere liberi

Viviamo in una società orientata da imperativi ad essa insiti: ”comprare”, ”consumare”, ”produrre”, una società dettata da un rapido e commerciale uso di idee e stili di vita.
Una società in cui tra l’ambire e il realizzare una determinata azione intercorre un periodo effimero, una società in cui non si da più spazio al tempo e tutto diviene immediato, pronto e di conseguenza superfluo.
Pertanto l’atto di “pensare”, che necessita tempo per maturare un aspetto critico e riflessivo, come è evidenziato nella sua etimologia “pesare con cura”,non è un’azione immediata e pertanto appare estranea in una società in cui si predilige il “ tutto subito”.
Infatti, prima di poter rispondere alla domanda del perché sia così importante pensare, ancor di più al giorno d’oggi, è necessario mostrare come si attua il pensiero individuale in un mondo in cui molteplici sono i mezzi che lo manipolano, lo ostacolano o lo rendono sterile.
Come è stato precedentemente detto,pensare significa “pesare con cura”, quindi,in una società in cui si è “bombardati” da notizie, immagini, informazioni o, come definisce R. Bodei “in un periodo di fast-food intellettuale” da parte mass media,è indispensabile operare scegliendo e scremando accuratamente tra tutto il materiale informativo e mediatico.
È inevitabile che una notizia per via telematica venga più o meno volontariamente travisata,per scopi commerciali,politici,ideologici,etc.
Allo stesso modo si incorre in”estenuanti massacri mediatici” dettati da una continua propaganda o da trasmissioni futili che discostano il nostro pensiero da problematiche concrete e reali.
Una visione di una realtà succube di un surplus di immagini, informazioni da parte dei mezzi di comunicazione di massa è ben rappresentata nel romanzo “Fahrenheit 451”, nel quale la possibilità di pensare ed essere consapevoli delle proprie azioni è sacrificata a favore di una “felicità di cera” dettata dai media televisivi che, almeno all’apparenza, nascondono tutti i problemi e le verità dolorose, portando però allo snaturamento della stessa natura umana.
Ma prima di giungere a questa realtà estrema che monopolizza non solo le nostre riflessioni, ma principalmente il nostro modo di pensare, è necessario essere consapevoli che l’interesse verso la cultura, l’esercizio al giudizio critico, della realtà devono partire da ognuno di noi..
Ciascuno deve crescere intellettualmente, perché pensare, significa progredire mentalmente, vedere il mondo in modo proprio e autonomo, informarsi individualmente per riuscire ad avere una valutazione critica e al di sopra delle singole opinioni, per poter scegliere in modo conscio.
Seppur sia vero quanto i media, la società e persino le leggi (come avviene nelle dittature), possano influenzare o ostacolare la libertà di pensiero, è apodittico che se ognuno si disinteressa ad essa, solo perché “lasciar perdere è più comodo”, è inutile lamentarsi dell’impossibilità di praticare la libera riflessione.
Ed è osservabile come il pensiero del singolo sia “un’arma” temuta e lo si nota ancor di più negli stati dittatoriali, in cui ogni mente è “tenuta a freno”, rigidamente controllata, piegata, anche con la violenza e plasmata forzatamente, come viene estremizzato in “1984” di G. Orwell, dove viene imposta la credenza che “2+2=5” per sottolineare come in un totalitarismo la repressione del pensiero sia radicale.
Ma allora, perché pensare è così importante? Perché la società tenta di imporci un modo “standard” di vedere le cose, perché i media tentano di condizionarci e, in ugual modo, perché le dittature limitano il pensiero?
La verità è che noi svalutiamo le poliedriche, immense, uniche doti del pensare; pensare non è solo decidere per l’immediato futuro.
Pensare è quell’azione che ci eleva e ci permette di confrontarci quotidianamente all’interno di una comunità, pensare è l’azione preliminare dello scegliere che, come affermò Kierkegaard è ciò che rende il singolo libero di progettare e costruire, seppur non senza dubbi, il proprio futuro e cogliere il presente in modo analitico.
Collegandoci sempre al pensiero del filosofo danese, Bodei definisce la filosofia come spirito critico, che può dare molto alla società e, in questo senso, è profondamente democratica; nella sua frase possiamo cogliere come il pensare a livello individuale e comune, ma esteso a tutti, porti a riflettere senza lasciarsi trasportare da decisioni altrui, ma contribuendo a formare una società democratica di libera scelta in cui ciascuno concorre al miglioramento di essa.
E non di meno, in una realtà in cui la cultura non è limitata ad un élite di pochi ma, tematiche e scientifiche, economiche e politiche ci coinvolgono sia per gli aspetti positivi ma soprattutto per le problematiche, è indispensabile esprimere un pensiero ponderato e opportuno per avere voce in capitolo e rispondere adeguatamente con il nostro punto di vista.
Così, in merito all’argomento sin esprime Baudino:”La filosofia[…] si avvicina ai problemi ai problemi delle persone e il suo campo d’azione è la cultura: le neuroscienze, le scienze sociali, l’etica economica, per non parlare della bioetica.”.
E nonostante quanto detto sull’importanza necessaria del pensare possa apparire, se non convincente, quantomeno molto argomentata, si potrà sempre chiedere: ma se pensare non è una necessità primaria dell’uomo, come mangiare o respirare, perché farlo?
Indubbiamente pensare non è indispensabile nell’uomo in quanto animale, ma è un bisogno indispensabile per l’uomo civile che deve rapportarsi in una società.
Ed è in ugual modo vero che pensare possa fare emergere problematiche e provocare in noi dolore e sofferenze, ma come Leopardi enunciò, pensare è ciò che da dignità all’uomo e, soprattutto, eludere i problemi ci renderebbe realmente felici o maschererebbe soltanto in modo improprio la verità?
Bisogna concludere che pensare, essendo un’attività propriamente umana, è un’azione difficile, non è assolutamente un processo che ci porta a certezze assolute, talvolta ci pone davanti a scelte che, come disse Kierkegaard ci aprono un baratro di possibilità che ci provocano angoscia; talvolta ci porta a compiere azioni giuste in contrasto però con il pensiero collettivo o con lo Stato, come accadde nel caso di Socrate.
Pensare è un atto complesso e, è vero, a volte sembra porti a decisioni faticose, eppure non sempre è così e, in ogni caso, è impossibile rinunciarvici, perché pensare è ciò che ci rende umani non solo all’apparenza, ma anche nel profondo, ossia esseri liberi e consapevoli nello scegliere e nell’agire.

Giulia Fiantanese, 5Asa, 2014/15
Simulazione prima prova – Saggio breve – Ambito socio/economico

Siamo noi il nostro futuro

È bene che ognuno di noi si orienti in tutte le possibili direzioni prima di prendere una qualsiasi decisione, in modo da farsi una propria idea dei fatti e non poter essere condizionato da niente e nessuno.
È bene distinguere quindi ciò che ci influenza da ciò che ci aiuta a scegliere.
I mezzi che ci aiutano sono quelli di cui ci avvaliamo per poter comprendere e valutare la realtà, riuscendo a preferire consapevolmente alcune decisioni rispetto ad altre, secondo le nostre aspettative e i nostri pensieri.
Ciò che invece ci influenza è un qualsiasi fattore che concorra attivamente a determinare le nostre decisioni e che potrebbe quindi deviare il nostro parere rischiando di farci prendere decisioni che non ci appartengono.
Fissato questo concetto, la quantità delle decisioni che ci troviamo a dover prendere ogni giorno della nostra vita non è minimamente quantificabile. Si può infatti dire che tutta la vita umana sia basata su scelte che si compiamo.
E ci si ritrova quindi nel pensiero del filosofo Kierkegaard che subordinava l’esistenza e i valori dell’uomo alle scelte che esso compie: ”Nella scelta ne va semplicemente della vita” (cit.).
Ed è la possibilità di scegliere che ci rende liberi di perseguire la strada che più ci si addice e che istituisce il principio alla quale dobbiamo affidarci per prendere decisioni in libertà: noi stessi, il nostro pensiero e il nostro vissuto.
Il mondo di oggi poi, ci offre la più vasta area di aiuti che si possa desiderare.
Possiamo infatti sentirci estremamente fortunati di vivere in quest’epoca cosmopolita, in cui la tecnologia, tanto per cominciare, ci avvolge completamente e ci permette di fare cose che pochi anni fa, non si sarebbero nemmeno potute immaginare.
Le comunicazioni poi, ci permettono di arrivare in qualunque angolo nascosto del pianeta e, le istituzioni, ci insegnano ad amare questo stesso pianeta, a scoprire cosa ha da offrirci, e ci spingono a sperimentare, a progettare il nostro futuro seguendo un percorso dettato dalla nostra volontà, in cui ogni giorno è una scoperta, un privilegio di cui poter usufruire.
E nelle istituzioni, prima di tutte, viene la scuola, che fin da piccoli ci accompagna in questo cammino e che, io stessa, mi azzardo a definire come l’ ente più elevato, poiché è volta a nient’ altro che al nostro aiuto.
La scuola offre infatti saperi oggettivi, che sta al soggetto elaborare secondo le proprie capacità.
Essa dà importanza ai nostri progetti per il futuro, ai nostri pensieri, al nostro diritto di conoscere il mondo e di poterlo studiare.
La scuola ci dà la possibilità di rimanere affascinati dai mille aspetti della vita e soprattutto, ci insegna a viverla e a preservarla.
Non credo si possano quindi dare suggerimenti, poiché essa non è semplicemente scuola di insegnamenti, ma maestra di vita, di cui tutti dovremo comprendere il valore.

Alessandra Paio, 5Asa, 2014/15
Simulazione prima prova – Tema di carattere generale

La natura non fa sconti

Molto spesso l’uomo è egoista, non sa porsi limiti; fa l’incredulo davanti alla distruzione e si dispera quando ormai è troppo tardi. Crede di non avere difetti e pensa di potersi appropriare di ciò che lo circonda.
L’uomo è legato al lavoro, ai suoi interessi personali, al suo guadagno, ai suoi soldi. Tutto ciò che arricchisce fa gola all’uomo. E’ debole però, l’uomo, che piange quando il fango gli inonda la casa  o quando l’acqua dei correnti esondati gli trascina via tutto quello che ha. Debole anche quando non può sentire vicino a sé i cari più lontani perché una frana ha interrotto le linee di comunicazione o nei casi peggiori quando capisce di non poter più abbracciare suo figlio perché l’acqua infuriate del fiume se l’è portato con sé.
L’uomo troppe volte non si pone domande; costruisce dove non potrebbe, distrugge il territorio e si arricchisce sempre di più a discapito dell’ambiente . Disbosca ovunque le foreste per costruire case e ridimensiona gli argini dei fiumi a suo interesse e piacimento
Alla natura, però, questo non importa.  Anch’essa ha bisogno di cure necessarie  che la proteggano  e che in ogni caso non la distruggano.
Negli ultimi anni stiamo assistendo a sempre più catastrofi ambientali che disseminano dolore e distruzione.
Ma le vittime di queste stragi chi le paga? Della morti non ci si può pentire e se l’uomo è così ingenuo da far in modo che i suoi beni vengano distrutti, non può far altro che pagarne le conseguenze.
Penso che questo, in ogni caso non sia giusto. Non è giusto che la gente comune paghi sulla propria pelle gli errori degli altri. Quella stessa gente che si indebita fino al collo per pagare il muto della casa e per un alluvione questa viene rasa al suolo.
“La natura non fa sconti”, appunto dichiara Paolo Conti al Corriere della Sera  in un intervista del 3 Ottobre di cinque anni fa. La natura restituisce, SEMPRE, all’uomo quello che le viene dato.
È quanto accaduto recentemente in molte città dell’Italia, tra cui ricordiamo per maggiori danni Genova, Parma, Roma e Milano; sono bastate alcune ore di pioggia per far sondare i fiumi  e di conseguenza diffondere paura tra la gente e bloccare la città.
Di fronte a queste catastrofi l’uomo è il primo a tirarsi indietro, a non riconoscere la sua imprudenza e i suoi sbagli; non trova giusto dover pagare per i danni creati…da altri
Penso, infine, che basterebbe più giudizio, cura e responsabilità per evitare queste disgrazie. Sempre secondo il giornalista Paolo Conti, “ la natura non è matrigna in principio, ma lo diventa  perché l’uomo le ha sottratto  gli strumenti per proteggere proprio se stesso”.

Carlotta Fiati, classe 5Asa, 2014/15
Simulazione prima prova – Saggio breve – Ambito tecnico/scientifico

Firenze

Viaggio di istruzione 2014

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Firenze: uno dei gioielli più preziosi d’Italia

Un viaggio nel mondo dell’arte e della storia

Una città grande per la sua storia, ma tutta concentrata in poche vie. 
I monumenti più belli e importanti si trovano a pochi metri di distanza gli uni dagli altri, il che è fantastico; si ha la possibilità di vedere in poco tempo tutta la bellezza di Firenze, da quella odierna a quella antica.
La prima cosa da fare una volta arrivati è salire in cima al campanile di Giotto o alla cupola del Duomo; da qui di più vedere l’incantevole paesaggio che abbraccia una delle città più belle d’Italia. Poi, dopo essersi persi nello stupore, tornando tra quelle persone che viste dall’alto sembravano così piccole, è come tuffarsi nel passato. Ogni volta che si entra in un monumento è come tornare indietro nel tempo. 
Già dall’esterno si vedono i dettagli e l’impegno usati dagli artisti per realizzare queste opere d’arte, ma è all’interno che il vero splendore si manifesta; è come scartare un regalo, la confezione è la prima a colpire, ma una volta aperto non importa più com’era fatta la scatola, è il contenuto che ci emoziona veramente.
Camminare tra le vie di Firenze e guardarsi attorno, basta questo per non pensare più a nulla, solo alla grandezza degli artisti dell’epoca, alla loro bravura e passione, all’enorme regalo che ci hanno lasciato.
Ci sono poi dei posti che lasciano senza parole, perché non si può descrivere con delle semplici frasi tutto quello che ci viene trasmesso, alle emozioni e allo stupore che provocano. Si riesce a dire solo “Wow!” e poi un lungo silenzio, come se i nostri occhi impedissero al nostro cervello di fare altro; si può solo rimanere a guardare.
Quasi ogni parte della città è ricca di storia e merita quindi la nostra attenzione, ma, a mio parere, è importante soprattutto guardare le cose poste in alto. Nei monumenti, per esempio, per ammirare i soffitti decorati e ricchi di dettagli che li rendono preziosi, sotto una chiesa, per osservare le maestose e altissime colonne o le cupole, ovunque. La parte migliore credo sia sempre in alto. Poco importa se sia stato fatto per motivi tecnici, religiosi o altro ancora, a me piace pensare che questo sia stato, da parte degli artisti, un modo per dirci di non soffermarci a guardare solo quello che ci sta intorno, ma anche quello che viene posto sopra di noi.

Jasmin Soliman, 3Asa 2014

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Bassorilievo di Firenze

Arrivare a Firenze con la curiosità di scoprirla e conoscerla.
Sgusciare tra i vicoli e d’improvviso sbucare in una gigantesca piazza con immensi monumenti, assaggiare la famosa quanto prelibata fiorentina, passeggiare sul Lungarno.
Tante aspettative pochi rimpianti.
Molta era l’attesa di noi studenti, non tanto per la città quanto per la gita in sé, ma una volta sulle scale del campanile tanta era la voglia di arrivare alla fine per osservare con un solo semplice sguardo tutta la città.
Due le vedute di Firenze: una dal basso che esalta l’immensità e la grandezza dell’arte e della vita cittadina, e una dall’alto come quella dalla cupola, che manifesta la grandezza della città.
Impressionante come dalla sommità della cupola si possa al contempo poggiare i piedi su anni di arte ed osservare, semplicemente tenendo gli occhi aperti l’intera città con i suoi secoli di storia alle spalle.
La punta del duomo rappresenta uno sguardo al passato, un salto temporale artistico e storico.
Si può quindi dire che il puntale di Santa Maria del Fiore rispecchia la città: in uno spazio concentrato racchiude tanta bellezza e storia.
Proprio la storia è l’importante: Essa esalta un dipinto, Essa esalta una piazza, Essa valorizza una chiesa, un inno, uno stemma, una via…è Lei che rende prestigiosa o anonima una città.
Firenze è piena di turisti che visitano qualcosa che fu costruito, fu fatto, che avvenne, appunto qualcosa che fu, perché in qualche modo rende vivo il passato, lo riporta alla luce.
Come un bassorilievo anima un’immagine, così Firenze anima le parole dei libri di storia rendendole qualcosa di concreto e visibile.
La grande voglia di arrivare ed iniziare questo viaggio nel passato si è trasformata in voglia di restare in questo passato moderno, che convoglia la bellezza dell’arte rinascimentale nei nostri giorni.

Samuele Abbate, 3Asa 2014

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La bellezza d’Italia

Firenze è da sempre considerata una delle più belle città d’arte d’Italia e del mondo.
Nonostante sia una città non molto grande, essa è sede di moltissimi monumenti storici costituiti principalmente da chiese, palazzi e importanti opere d’arte.
Gli artisti più importanti che hanno reso Firenze la città così come si presenta oggi sono: Brunelleschi, Masaccio e Donatello.
La prima opera d’arte incontrata durante la visita alla città è stato il Duomo (o chiesa di Santa Maria del Fiore) situato proprio nel centro. Questo monumento mi ha dato, al tempo stesso, una sensazione di imponenza, dovuta alle sue dimensioni ed alla sua maestosità, e di bellezza donatale dai numerosi decori e dipinti che arricchiscono sia l’interno che il suo esterno.
La parte migliore della chiesa è, senza alcun dubbio, la cupola dipinta internamente con meravigliosi affreschi. Osservando tali particolari ho potuto capire quanto siano stati abili gli artisti fiorentini, in epoca rinascimentale, nel realizzare fantastiche opere d’arte nonostante le difficoltà incontrate per la mancanza, in quell’epoca, di mezzi necessari alla realizzazione di tali opere, basta pensare che l’altezza della cupola è di circa 90 metri.
Emozionante è il vedere dalla cupola il panorama completo di tutta la città.
Leggerezza, spensieratezza e stupore sono le emozioni che ho provato quando da lassù ho potuto ammirare tanta bellezza in un solo momento.
Il palazzo vecchio, considerato il simbolo della città, mi ha fatto interpretare esattamente la situazione di ricchezza economica dei Medici ( questa infatti è stata proprio la loro dimora).
Fuori dal palazzo vecchio, oltre ad altre opere che si possono ammirare, si trova il celebre David di Michelangelo. Vederlo da vicino mi ha fatto provare una forte emozione e un forte stupore per i particolari precisi con cui è stato realizzato.
All’interno del palazzo ho potuto ammirare la sala principale con i celebri affreschi sulle pareti ed il soffitto d’oro. Tra tutte le stanze una mi ha colpito in modo particolare: al centro c’era un mappamondo di metallo e le cartine dettagliate di molti stati appesi alle pareti.
Guardando questa stanza ho provato una sensazione di meraviglia, mi è sembrato incredibile quello che nel tempo siano riusciti a fare gli artisti rinascimentali senza l’utilizzo degli apparecchi moderni.
Posso concludere dicendo che Firenze è una città che non puoi immaginare devi visitarla per renderti conto dei suoi capolavori e poterli così apprezzare per quello che sono. 
Solo così si può ammirare la vera bellezza dell’arte.

Davide Matera, 3Asa 2014

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Maledetti ignavi!

L’ignavia è un peccato che colpisce anche l’uomo contemporaneo. Scrivi un articolo sugli ignavi del nostro tempo, ovvero su chi evita di prendere posizione nelle piccole e nelle grandi cose.

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Ignavi sono definiti da Dante, nel III canto della “Divina Commedia”, come coloro che in vita non sapevano scegliere da che parte stare e per questo sono da lui profondamente disprezzati.
Essi esistono anche nel nostro tempo, purtroppo!
Ignavi nella società d’oggi sono quelli che, per esempio, peccano di codardia ed egoismo, che non si schierano con decisione, quelli che non riescono a provare interesse per un’attività di gruppo, che si fermano davanti ad un ostacolo. In poche parole gli indecisi.
Tutti abbiamo compiuto peccati nella nostra vita, ma non tutti sanno che un peccato che quasi tutti abbiamo in comune è l’ignavia perché è una delle colpe più gravi e facili da commettere per una persona.
Per esempio in ambito lavorativo gli ignavi sono quelli che nemmeno si chiedono quali sono le loro ambizioni e non tentano nemmeno di fare ciò che gli piace; come le persone rimaste senza un lavoro, stanno con le mani in mano aspettando che qualcuno risolva tutti i loro problemi, senza pensare alle possibili soluzioni; o come le persone che prendono lo stipendio scaldando semplicemente il posto.
Un altro esempio può essere quello scolastico. Ci sono studenti che frequentano la scuola solo perché è una decisione che hanno preso i genitori, gli studenti che non hanno voglia di faticare e superare un ostacolo, o quelli che non partecipano alle lezioni per paura di un giudizio.
Penso che la scuola sia la tappa più importante della nostra vita perché è una fase che contiene molti aspetti, come crescere, cambiare, scegliere. Ciò che è corretto è scegliere ogni giorno per creare progetti per la vita che avremo in futuro perché chi si lascia vivere non godrà la vita.

Jessica Fraietta, 3Dgr, 2014

Di cosa aver paura?

Leggi la riflessione di Beatrice sulla paura nei versi sotto indicati; sei d’accordo con questo pensiero e perché?

Tener si deve di sole quelle cose
Ch’anno potenza di far altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.

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La paura viene da dentro di noi. Abbiamo paura non di ciò che c’è all’esterno, ma di ciò che c’è all’interno di noi stessi. Questo è quello che dice e sostiene Beatrice quando incontra Virgilio. Secondo me è vero perché noi abbiamo paura solo di ciò che noi stessi non possiamo combattere. Molti hanno paura di cose concrete mentre altri hanno paura, invece, di cose astratte. Si può aver paura di animali, di persone o di molte altre cose, ma ciò succede perché dentro noi stessi c’è un qualcosa che ci dice: “questa cosa è pericolosa”. Tutte le paure si possono combattere, basta solo volerlo e sforzarsi.
Mi ricordo un paio di anni fa che ero a sciare, stavamo facendo lezioni di sci ed eravamo io, il maestro e mia madre. Stavamo facendo un esercizio e mia madre aveva paura di farlo. Ad un certo punto il maestro le disse: “la paura è ciò che ci ucciderà”.
Questa frase mi ha fatto pensare molto perché noi siamo ossessionati dalla paura, cerchiamo sempre di evitare tutto ciò che ci fa paura. Se un giorno incontrassi la tua paura e non potrai scappare, cosa farai? Insomma se incontri la tua paura in un vicolo cieco “morirai” perché essa avrà sempre un “potere” su di te che non sei capace di affrontarla.
Bisognerebbe conoscere se stessi, pensare che nulla dovrebbe farti. Se ti trovi nel vicolo cieco con la tua paura e conosci te stesso la saprai affrontare, secondo me. Anche nel film di Harry Potter gli studenti affrontano questo problema in una lezione di magia. C’è un mostro che si trasforma nella paura di chi ha davanti. Chi ha paura attraverso la magia pensa alla sua paura in un modo bizzarro in modo da trasformarla in una cosa ridicola e innocua. Questo è solo un film fantasy ma quella parte mi ha insegnato molto.
Questa è la mia idea sulla paura, può essere stupida ma da quando la penso così ho molta meno paura.

Andrea Riva, 3Dg, 2014.

Dico al mio cuore

Gustave Caillebotte -Intérieur, Femme à la Fenêtre (1880).

Gustave Caillebotte -Intérieur, Femme à la Fenêtre (1880).

Dico al mio cuore, intanto che t’aspetto:
scordala, che sarà cosa gentile.
Ti vedo, e generoso in uno e vile,
a te m’affretto.
So che per quanto alla mia vita hai tolto,
e per te stessa dovrei odiarti.

Ma poi altro che un bacio non so darti
quando t’ascolto.
Quando t’ascolto parlarmi d’amore
sento che il male ti lasciava intatta;
sento che la tua voce amara è fatta
per il mio cuore.

Umberto Saba

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racconto di Francesco Murro (2D, 2013) ispirato alla poesia di U.Saba.

Era sera tardi e, come al solito, lui stava tornando a casa.
Non si sarebbe mai potuto immaginare lo sviluppo della vicenda.
Chiamò l’ascensore e, arrivato sul pianerottolo di casa, trovò la porta socchiusa.
Non avendo avvisato la moglie del suo arrivo a casa dopo il lavoro, pensò che dei ladri si fossero introdotti nell’appartamento.
Aprì la porta e, sentendo dei rumori provenienti dalla camera da letto, si diresse verso di essa.
Attraversato il lungo corridoio, la scena che gli si presentò, fu alquanto imbarazzante: sua moglie Lina condivideva il suo corpo con un estraneo.
Appena lei vide il marito si gettò giù dal letto e si mise a piangere.
L’estraneo, che nel frattempo non si era accorto di nulla, raccolse le sue cose e scappò precipitosamente.
Il marito di Lina chiuse la porta di casa a chiave e parlò con sua moglie.
La discussione fu molto accesa: «Cosa ti è saltato per la testa? Pensavi che a quest’ora io non tornassi dal lavoro? Io mi spacco la schiena tutti i giorni e tu così mi ripaghi?!»
Lina, avvolta per terra tra le coperte e con voce stridula e singhiozzante, rispose: «Mi dispiace! Io non avevo intenzione! O mio Dio! Cosa ho fatto!»
Dopo essersi asciugata le lacrime buttò all’angolo della stanza la coperta e, completamente nuda, si gettò disperata tra le braccia del marito.
Lui, prontamente, si diresse verso la porta, uscendo di casa così come era entrato.

L’isola misteriosa remix

Illustrazione dal romanzo L'Isola Misteriosa di Jules VerneJules Verne
L’île mystérieuse, 1874.

Prima parte – I naufragi dell’aria

«Risaliamo?»
«No! Al contrario! Scendiamo!»
«Peggio ancora, signor Cyrus! Cadiamo!»
«Perdio! Gettate altra zavorra!»
«Ecco l’ultimo sacco, vuotato!»
«Il pallone si alza?»
«No!»
«Sento come uno sciabordio di flutti!»
«Abbiamo il mare sotto la navicella!»
«Dev’essere a meno di cinquecento piedi da noi!»
In quel momento una voce possente squarciò l’aria, gridando: «Fuori tutto ciò che pesa!… tutto! E alla grazia di Dio!»
Queste frasi risuonavano nell’aria, al di sopra di quel vasto deserto d’acqua che è il Pacifico, verso le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865.

(segui a leggere il romanzo)

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Remix di Deborah Besghini, 1D, 2013.

Herbert Brown era un ragazzo giovane e appassionato di scienze naturali. Il suo sogno era quello di essere uno dei pochi a saper attraversare l’oceano pacifico.
Ma gli serviva qualcosa per sorvolare l’intero oceano e ovviamente dei compagni d’avventura.
Per trovare il mezzo di trasporto non dovette cercare a lungo: il signor Cyrus Smith. Cyrus era un vecchio amico del padre di Herbert, un ingegnere molto ricco e nel giardino della sua enorme casa aveva una mongolfiera; ma c’era solo un certo tipo di persone che avrebbero convinto a prestargliela: i giornalisti. Pensò dunque di andare da un suo caro amico, Gedeon Spillet, un giornalista del New York Herald.
Come previsto Gedeon convinse il signor Smith a prestare ad Herbert la navicella, ma ad una condizione: avrebbe dovuto partecipare anche lui per guidarla, dato che nessun altro sapeva come funzionavano i meccanismi di una mongolfiera.
Al momento della partenza, il servitore di Cyrus, Nab, sbucò dalla porta principale con due valige molto piccole: una per il suo padrone e l’altra per se stesso, dicendo che non avrebbe lasciato mai da solo il suo padrone.  Ed ecco che così il signor Brown trovò dei compagni d’avventura.

Stavano navigando da giorni, erano stanchi e avevano perso il senso dell’orientamento.
Il pomeriggio del 23 marzo 1865 era nebbioso, si sentivano solo gli sciabordii dei flutti dell’acqua, quindi erano molto vicini all’Oceano. In quel momento la paura prevalse sulla calma.
Svuotarono tutti i sacchi e buttarono nell’acqua tutto quello che pesava dalla navicella. Ma non ci fu niente da fare. Continuavano a cadere.
Quando la mongolfiera toccò la superficie dell’acqua, tagliarono le corde che legavano la navicella al pallone e sperarono che qualcuno li aiutasse. Durante il periodo passato in mare sopravvissero a tempeste, ma avevano sia fame che sete.
Un bel giorno di sole Herbert e gli altri si svegliarono in una spiaggia bianca e desolata. Finalmente erano salvi.
Sembrava un’isola, ma non lo sapevano ancora. Più avanti si trovava una folta foresta di alberi da cui  presero molti frutti per soddisfare la propria fame.
Il signor Brown si allontanò con Cyrus e Nab per esplorare quella meravigliosa natura, mentre gli altri cercarono di trovare un rifugio e fare un fuoco per riscaldarsi alla sera.

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Remix di Sara Sansevrino, 1D, 2013.

Erano quasi le quattro del pomeriggio del 23 Marzo 1865 e ci trovavamo sull’Oceano Pacifico sulla grande mongolfiera del signor Cyrus.
Ad un certo punto ci accorgemmo che stavamo risalendo, anzi scendevamo, peggio ancora, stavamo cadendo! La nebbia ci impediva la vista, non si vedeva niente, proprio niente. Iniziammo a buttar giù da quella mongolfiera ogni piccola cosa, sperando di salvarci.
Dopo poco il signor Cyrus urlò: – Vedo qualcosa, forse è un isolotto dove ci possiamo fermare!
Era proprio un’isola. Con molta fatica riuscimmo ad atterrare lì. Eravamo tutti e tre salvi. Passarono tre giorni, fin quando non passò una barca al largo e noi, muovendo le braccia di qua e di là, ci facemmo vedere. La barca venne verso la riva, ci fecero salire a bordo e ci chiesero cos’era successo; allora mentre ci riportava a casa iniziammo a raccontare la nostra esperienza che per fortuna si era conclusa bene.

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Remix di Alessia Valenti, 1D, 2013.

La mongolfiera stava precipitando e la nebbia non permetteva una buona visuale.
Il giovane chiese se stavano risalendo, ma niente da fare: scendevano.
Dalla parte opposta della navicella il vecchio signor Cyrus, esperto di mongolfiere, gridò di gettare altra zavorra, ed ecco così l’ultimo sacco vuotato. – Dovremmo essere a circa 500 piedi dal mare – disse.
Ad un tratto una voce possente con freddezza grido: – Buttate fuori tutto ciò che pesa!
Parole sante: buttarono giù tutto riuscendo così a far alzare la mongolfiera per qualche metro che fortunatamente bastarono per raggiungere la riva di un’isola. Appena scesi dal pallone decisero di andare a visitarla per cercare di capire dove si trovavano.
Da quel momento i tre uomini scomparvero; alcune barche passanti testimoniano di averli visti e di avergli offerto un’ aiuto che pero fu rifiutato in quanto essi vollero rimanere lì.
Era l’avventura per cui avevano fatto volare in cielo quella mongolfiera.

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Remix di Siria Capponi, 1D, 2013.

Erano le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865 e sopra il vasto Ocenao Pacifico si trovavano tre uomini all’interno di un pallone aerostatico: il capitano Cyrus, il più esperto di tutti, un’anziano signore con la passione per le mongolfiere che in passato aveva superato tanti disastri naturali con molta lucidità, e due giovani andati in volo con lui per fare esperienza.
Tutto era tranquillo, forse fin troppo, infatti c’era pochissimo vento. Dal rumore dei flutti, si accorsero che il pallone era basso molto basso, all’incirca a 500 piedi dal mare.
Così uno dei due giovane gridò: – Fuori tutto ciò che pesa…! Tutto! E alla grazia di Dio!
Il pallone si fermò, in mezzo alla nebbia, rimanendo immobile, ma quando il vento cessò definitivamente le cose si complicarono e iniziarono a scendere di nuovo. Non c’era più nulla all’interno del cestello, se non loro, erano nel bel mezzo dell’oceano. Uno dei due giovani cominciò ad agitarsi mentre il capitano pensava ad una soluzione.
C’era un silenzio tombale, quando ad un tratto sentirono i rumori di una nave mercantile. La mongolfiera continuava a calare, l’unica speranza era quel mezzo che emetteva un suono sempre più assordante. Quando passo sotto di loro il capitano fece precipitare lui e i suoi uomini sopra alla nave.
L’impatto fu violento, tanto da fratturare le vecchie ossa di Cyrus, ma subito arrivarono i soccorsi.
Alla fine tutto andò per il meglio: i tre vennero riportati a casa salvi dopo le varie medicazioni causate dal forte scontro con la nave.

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Remix di Selene Ventaglieri, 1D, 2013.

Martyn, Cyrus e George vollero andare a fare un giro in mongolfiera, quindi si prepararono, presero un pallone a gas e iniziarono a volare. Dopo alcuni giorni lontani di casa, su quella mongolfiera iniziano i problemi.
Martin, il più giovane dei tre e anche quello più impaurito, iniziò una rapida conversazione con Cyrus per capire la situazione in cui si erano cacciati in quel giorno di nebbia.
– Risaliamo?
– No! al contrario! Scendiamo!
– Peggio ancora signor Cyrus! Cadiamo!
– Perdio, gettate altra zavorra!
– Ecco un altro sacco svuotato!
– Il pallone si alza?
– No!
Pian piano la mongolfiera si abbassò sempre di più, non si vedeva niente, si sentiva solo il rumore dello sciabordio di flutti più meno a cinquecento piedi sotto di loro.
Poi la voce possente di George squarciò l’aria: – Fuori tutto ciò che pesa…! Tutto! E alla grazia di Dio!
Queste frasi risuonavano nell’aria, al di sopra di quel vasto deserto d’acqua che era il pacifico, verso le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865.

Da lontano videro un’isola e tutti furono d’accordo di cercare d’atterrare li per provare a sistemare il pallone. Ormai la nebbia era sparita.
Tutti e tre si ritrovarono su un’isola sconosciuta. Gli animali erano strani, non come quelli che si vedevano tutti i giorni; sembravano quasi un misto di due o più animali. Anche le piante erano strane, perché sembravano dei fiori giganti e con una loro sporgenza catturavano gli insetti per nutrirsi. Decisero di accamparsi per la notte sotto quegli enormi fiori.
La mattina seguente ritornarono nel punto in cui avevano lasciato la mongolfiera e cercarono di capire dove era il problema; scoprirono che nel pallone c’era un buco. Cyrus decise di andare a cercare qualcosa nella foresta per ripararlo, ma quando dopo un’ora non era ancora tornato George pensò bene di andare a cercarlo. Anche lui non ritornò più.
Martin, invece, era troppo fifone per andare a cercarli e quindi se ne restò da solo ad attendere.
Passò più di un mese e Martin rimaneva da solo su quell’isola così strana, ma allo stesso tempo così affascinante. Un giorno si stancò e provò a tornare a casa a nuoto, sperando che qualche nave di passaggio potesse prelevarlo, ma non fu così perché morì di disidratazione e per la fame.
Nessuno ritrovò i tre avventurieri e molti giornali ne parlarono, ma dopo qualche mese tutti si erano già dimenticati di quei poveri uomini, partiti per un’avventura alla ricerca di qualcosa di nuovo, ma che non avevano trovarono niente se non la morte.

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Remix di Rebecca Capano, 1D, 2013.

Si parlerà di una vicenda accaduta ad un gruppo di compagni.
Decisero di fare un viaggio su una mongolfiera per liberarsi da ogni pensiero e perché stava anche per arrivare la primavera.
Il giorno scelto fu il 3 Marzo, il tempo non prometteva bene ma insieme decisero di sfidare la nebbia. Salirono tutti sulla mongolfiera, erano sull’Oceano Pacifico e più si procedeva meno si vedeva.
Uno dei compagni, il più anziano tra loro, disse di togliere tutti i pesi dalla mongolfiera. Loro spaventati non sapevano che fare, l’Oceano così grande era proprio sotto di loro, la mongolfiera atterrò sulla riva.
Erano molto spaventati, ormai non avevano da mangiare perché erano rimasti solo loro quattro. Rimasero sulla spiaggia per quattro lunghi giorni, all’inizio era difficile ambientarsi, visto che non conoscevano il luogo, ma quando le loro conoscenze erano abbastanza chiare per sopravvivere, cioè capire come gestire il fuoco o come procurarsi il cibo, passò davanti all’isola una nave che si vedeva poco a causa del riflesso del sole che rispecchiava sull’acqua. La nave si accorse del fuoco che c’era su quell’isola e si avvicinò, chiese informazioni di come mai si trovavano là. Dopo aver acquisito abbastanza informazioni partirono per un lungo viaggio per tornare a casa.

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Remix di Tommaso Zucchetti, 1D, 2013.

I tre si chiesero se stessero precipitando o risalendo, per via della nebbia non riuscivano a capirlo. Ad un certo punto uno dei presenti disse di gettare la zavorra e di svuotare i sacchi così da far alzate il pallone; avevano il mare proprio sotto di loro quando una voce possente disse di gettare ogni cosa che fosse d’ingombro.
Dopo pochi minuti nebbia si diradò e non fecero in tempo a vedere la spiaggia che la cesta si ribaltò sulla subbia. Il giorno dopo controllarono se il pallone non si fosse guastato, ma con dispiacere scoprirono un buco grande abbastanza da far uscire l’aria calda che gonfiava il pallone.
Dopo due giorni i tre riuscirono a riparare il pallone con ago e filo che si erano portati a dietro proprio per questa evenienza. Dopo aver acceso il bruciatore il pallone si gonfiò e dato che il celo era sgombro di nuvole riuscirono a partire tranquilli…

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Remix di Alessandro Samannà, 1D, 2013.

Qualcuno chiese se stavano risalendo gli risposero che stavano scendendo il pallone stava precipitando. Gli risposero di gettare la zavorra; fu vuotato fin all’ultimo sacco, ma il pallone non si alzava. Sentivano dei flutti, sotto avevano il mare e pensavano che fosse a 500 piedi da loro. Una voce disse che tutto ciò che era pesante doveva essere gettato; questa voce risuono il 23 marzo del 1865.

Intravidero un isola ma la nebbia copriva la loro vista.
Non sapevano come reagire a questa situazione ma improvvisamente sentirono un rumore fortissimo e il pallone si schianto contro una montagna. Precipitavano velocemente verso il suolo. Una parte del pallone con l’impatto si distrusse.
Scesi dal pallone entrarono in una casa abbandonata che si trovava a pochi metri vicino al pallone. Trovarono un signore che dopo aver visto in che stato erano decise di aiutarli.

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Remix di Luca Grillone, 1D, 2013.

Si chiedevano se stavano salendo o scendendo, ma stavano cadendo.
I tre uomini buttarono tutta la zavorra, ma niente sembrava funzionare, il pallone non si alzava.
Sotto di loro immersi nella nebbia, si intravedeva appena l’Oceano Pacifico; erano spaventati.
Ad un tratto si udì una voce che gridò di togliere qualsiasi peso dalla mongolfiera.
Gli uomini presi dal panico ubbidirono subito e con l’aiuto del vento e un po’ di fortuna riuscirono ad atterrare su un’isola sperduta dalla quale sentirono provenire la voce di un uomo.
Appena atterrati l’uomo corse felice verso di loro, ci fu subito un’intesa e capirono che con i pezzi della mongolfiera potevano creare una zattera e la rete del pallone potevano usarla come vela.
La costruirono tutto il giorno e alla sera stanchi pianificarono che sarebbe stato meglio partire il giorno dopo.
Il giorno seguente i tre uomini si alzarono tranquillamente, ma la zattera era sparita e con lei pure l’uomo.

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Remix di Davide Francavilla, 1D, 2013.

Erano le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865, l’equipaggio che sorvolava il pacifico poteva saperlo solo guardando l’orologio, essendosi trovati a causa di una manovra sbagliata, in una nuvola scura come la notte che impediva la visibilità.
«Risaliamo?» disse l’addetto al bruciatore.
«No! Al contrario! Scendiamo!» rispose un altro membro dell’equipaggio.
«Peggio! Precipitiamo! A gran velocità per giunta!» ribatté un altro.
Nel piccolo cesto della mongolfiera c’era molto movimento, voci tagliavano l’aria ordinando di gettare altra zavorra.
A un certo punto, un uomo alto con la barba incolta e un aria di chi non si spaventa mai, urlò fino a non avere più aria in corpo di gettare ogni peso inutile.
Erano a circa 500 piedi dal mare, ma non vedevano ancora nulla.
La mongolfiera e l’equipaggio scomparvero e non vennero più ritrovati.
Tuttavia, si dice che molti piloti di aerei di linea, ancora oggi, ogni tanto in quella zona avvistino la mongolfiera con a bordo i quattro uomini.

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Remix di Francesca Picardi, 1D, 2013.

Il signor Cyrus gli ordinò di gettare altra zavorra, lo fece, con molta fretta. Ecco, prefetto, non c’era più rischio di schiantarsi. E per ultima cosa chiese al signore se il pallone si alzava e lui gli dette la risposta che meno voleva sentire: avevano il Pacifico a meno di 500 piedi dalla navicella.
Sentirono una voce possente urlare di gettare tutto ciò che pesava. Dato che non vi erano altre soluzioni per salvarsi, lo fecero. Due secondi dopo si accorsero che stavano atterrando, anzi precipitando. In un isolotto. L’unica fortuna che hanno avuto è quella di precipitare in un paesino abbastanza ricco e quindi non ebbero problemi a far riparare il motore. Ripartirono, così, dopo circa 2 ore.

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Remix di Federico Danesi, 1D, 2013.

Erano tutti su una mongolfiera quando…
Johnny chiese se stavano risalendo, Alfred e George gli risposero che stavano scendendo anzi, precipitando! In preda al panico gli dissero di svuotare la zavorra: ma anche quando fu gettato l’ultimo sacco si accorsero che ciò non era servito a nulla perché il pallone non si alzava. Harry decise di intervenire e con voce possente gridò di buttare tutto ciò che era pesante.
Nel frattempo si sentiva uno sciabordio di flutti e i 4 uomini capirono che si trovavano sopra il mare; pensarono che fosse a meno di 500 piedi da loro, ma per la nebbia non riuscivano a vedere bene.
A causa delle perturbazioni atmosferiche la mongolfiera fu spinta verso un’isola e la sua corsa si arrestò grazie ad un albero di acacia che facilitò la discesa dei 4 uomini, che un po’ confusi per l’avventura passata constatarono che erano su un isolotto dei Caraibi, dove avrebbero vissuto fino a quando qualcuno non fosse arrivato a salvarli.

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Remix di Manuela Parlabene, 1D, 2013.

Fabio, il più piccolo della famiglia, ha sempre voluto fare un giro sulla mongolfiera; avrebbe davvero voluto provare una delle grandi avventure che aveva affrontato il nonno. Andrea, il padre di Fabio, si organizzò con il nonno per fare questo meraviglioso e atteso viaggio, tanto richiesto dal figlio.
Sembrava filare tutto liscio. Fabio si stava davvero divertendo, ma verso le quattro del pomeriggio la vista sembrava oscurarsi, di punto in bianco non si vide più niente: sembrava quasi di avere il nulla attorno. Impaurito dalla situazione il padre chiese al nonno del bimbo: «Risaliamo?».
«No. Al contrario scendiamo!» rispose il nonno, ma egli insistette ribattendo che sarebbe stato ancora peggio e sarebbero caduti.
Pietrificato dalla situazione Fabio gettò dell’altra zavorra, fino all’ultimo sacco, ordinatogli dal nonno. Niente da fare… Il pallone non si alzava!
Non c’era vento, nemmeno un filo d’aria, sembrava di essere davvero sospesi nel vuoto; fino a che non si sentì il rumore dei flutti. Almeno un segno di vita c’era.
Di punto in bianco si sentirono dei rumori strani provenire proprio dalla mongolfiera, che iniziò a traballare, sembrava quasi si stesse rompendo, finché non precipitò. Né il nonno né il padre sapevano cosa fare.
In lontananza si vide uno scoglio, Fabio capì che erano sul mare. Fecero di tutto per evitare lo schianto, ma era praticamente impossibile, così che i tre si tennero stretti mano nella mano, facendo l’unica cosa rimasta: sperare.
La mongolfiera si schiantò di colpo, dritta contro gli scogli.
I pezzi della mongolfiera iniziarono a galleggiare sul mare e aggrappati a questi c’erano il nonno e Fabio. Il padre stava invece sopra all’enorme telo che faceva da pallone alla mongolfiera. Nessuno dei tre si fece niente, sembrava quasi un miracolo, nessuno di loro poteva credere ai proprio occhi.
Fabio con fretta e furia iniziò a nuotare verso una direzione. Il nonno e il padre perplessi seguirono Fabio e scorsero qualcosa in lontananza: una piccola isola, sulla quale trovarono riparo con la speranza che un giorno qualcuno sarebbe venuto a prenderli.
«È stato ancora meglio delle tue avventure nonno! E ancora non è finita!» disse Fabio con tono felice.

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Remix di Alessia Sirchia, 1D, 2013.

Erano le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865. Il signor Cyrus e i suoi amici Peter, George e Arold avevano deciso di fare una giro sulla nuova mongolfiera che aveva acquistato Cyrus.
Salirono, ma con la nebbia non si riusciva a vedere niente. Dopo un po si sentì uno strano rumore, era il bruciatore. Dieci minuti dopo, quando la nebbia si calmò, intravidero un isola e decisero di atterrare per ripararlo.
Rimasero un giorno in quell’isola, giusto per riposare e il giorno dopo provarono se il bruciatore funzionava e si rimisero in viaggio per ritornare a casa.

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Remix di Luca Coraggio, 1D, 2013.

Al, John e Casy , tre esploratori, erano appena partiti in mongolfiera per un viaggio di esplorazione delle isole nel Pacifico.
Durante le prime due settimane di viaggio i tre non ebbero problemi, ma in quel pomeriggio del 18 maggio vennero colpiti da qualcosa, persero il controllo del pallone, e precipitarono in mare in un strana e sospettosa foschia.
Per salvarsi staccarono il pallone dalla cesta in modo da non esser portati a fondo. I tre rimasero sulla cesta in mezzo al mare per due giorni in balia delle correnti fin quando si arenarono su un isola. I tre erano col morale sotto terra per via del accaduto, ma almeno la loro avventura era cominciata.
I giorni trascorrevano lentamente, gli esploratori si erano accampati sulla costa dove si erano arenati; nel tentativo di sopravvivere più a lungo possibile razionarono la poca acqua e il cibo che erano in esaurimento. Urgeva trovarne altro.
John con spirito di esploratore esortò gli altri due a seguirlo nell’esplorazione dell’isola per trovare acqua cibo e qualche forma di civiltà. Si addentrarono così nella foresta dietro la spiaggia dove erano accampati.

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Remix di Alejandra Tello, 1D, 2013.

Il 23 marzo 1865 verso le quattro del pomeriggio in mezzo alla nebbia, nel Pacifico, si trovavano tre uomini: Cyrus, Marco e Connor.
All’improvviso si senti un rumore proveniente dalla mongolfiera quindi doveva esserci qualcosa che non funzionava.
Uno propose di risalire, anzi di scendere, ma così sarebbero caduti.
Allora decisero di gettare la zavorra, ed ecco l’ultimo sacco vuotato. Ma il pallone non si alzava ancora.
Si sentì come uno sciabordio di flutti. Avevano il mare a meno di cinquecento piedi e in quel momento una voce possente squarciò l’aria, gridando: «Fuori tutto ciò che pesa…tutto!E alla grazia di Dio!»
Dopo un po’ si ritrovarono in una isola sperduta in mezzo all’oceano Pacifico.
Era un’isola quasi interamente ricoperta di verde. Foreste, prati, savane ed immense praterie bellissime. C’era anche un bosco, nel centro di questa terra, che si estendeva in lungo ed in largo per ben cinquemila miglia o più.
Poi si trovavano le cascate che sembravano che scendessero lentamente e dolcemente, fermarsi nell’aria per poi ricadere nel lago.
C’era anche una vasta fauna, con specie di animali che non avevano mai visto ed era questo che li terrorizzava di più perché potevano essere animali molto pericolosi.
Decisero di accamparsi e di dividersi. Marco decise di trovare la legna, Cyrus le foglie per coprirsi dal freddo e Connor il cibo e acqua.
Dopo qualche ora si ritrovarono nel punto di partenza e decisero di mettersi al lavoro prima che sparisca il sole. In breve tempo avevano costruito un capanna con dei letti fatti di foglie e legna.
Finito il lavoro si misero davanti al fuoco per riscaldarsi e mangiare.
Andarono a letto con la speranza che qualcuno li venisse a salvare da quel isola tanto misteriosa.
Passarono ore, giorni, settimane, mesi e persino anni e nessuno ancora li era venuti a cercare, così morirono di vecchiaia e nessuno seppi che fine avevano fatto.

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Remix di Diego Bellacicco, 1D, 2013.

Il signor Sairus era con altri due amici, Michaele Robin, in mongolfiera sul Mediterraneo. Era una giornata di nebbia, la visione era limitata, ma loro procedevano diritti quando ad un certo punto sentirono un suono sinistro. Il signor Sairus guardò il pallone e notò un enorme buco causato da un gabbiano che volava a tutta velocità e che a causa della nebbia non aveva notato il veicolo.
La mongolfiera con a bordo i tre amici iniziò a precipitare a una preoccupante velocità fino a schiantarsi contro una palma. I tre svennero e al loro risveglio si trovarono in un isola all’apparenza deserta. I tre si misero subito ad esplorare l’isola in cerca di un riparo dove dormire, ma niente, l’isola era completamente vuota, senza ripari, senza cibo e senza acqua.
Il tempo passò e le loro speranza pure, fino a quando Michael si alzo e inizio a gridare aiuto verso il mare. Robin e il signor Sairus non capivano cosa stava succedendo, quindi lo rincorsero e capirono che Michael aveva scorto una petroliera. Michael continuava a gridare, ma la nave non si fermava. Accesero velocemente un fuoco per creare del fumo e grazie a questo riuscirono ad essere avvistai e a tornare a casa.

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Remix di Alessandro De Vecchi, 1D, 2013.

Erano le 16.00 del 23 marzo 1856 e la nostra mongolfiera stava precipitando. Sotto di noi solo il mare, la nebbia ci avvolgeva, non riuscivamo a vedere nulla.
Iniziammo a scaraventare giù dal piccolo cesto di vimini che ci sosteneva, tutto ciò che non ci sarebbe servito… ma ormai, non c’era più nulla da fare.
All’improvviso però comparve davanti a noi un isola. La mongolfiera cadde rovinosamente sulla spiaggia. Io ero a pezzi! Mi faceva male tutto il corpo, ma ero salvo mi alzai e andai a cercare i miei compagni: il signor Cyrus e Jack. Li portai in spalla sotto un albero a riposare.
Mi addormentai insieme a loro e il giorno dopo iniziammo a cercare del cibo, ma sul isola non c’era niente con cui cibarsi. Jack usò il legnetto che aveva trovato il giorno prima per terra e la usò come canna da pesca.
All’improvviso vedemmo una nave. Jack iniziò ad urlare a squarciagola, inutilmente. Il signor Cyrus accese il fuoco ed il fumo raggiunse la nave, riuscendo ad attirare il comandante che così ci portò a casa.
Erano le 15.00 del 24 marzo 1856.

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Il giardino degli italiani

L’individualismo, la tendenza a diffidare dei propri conterranei e del prossimo in generale, è un problema che riguarda molto da vicino l’Italia. Le cause sono forse da ricercarsi nella storia di questo Paese: la prolungata assenza di uno stato unitario (la colpa, diceva Machiavelli, è da attribuire alla Chiesa), la frammentazione territoriale e la necessità, causata dalle tante miserie che gli italiani nella loro storia hanno patito, di “cavarsela da soli”.
Esempi dell’individualismo degli italiani sono più che mai recenti, quando non quotidiani. E’ frequente, in Italia, che un automobilista non lasci attraversare la strada a un pedone che pure si trovi sulle strisce pedonali. Se l’autista è sgarbato, può accadere che il tentativo da parte del pedone di attraversare ugualmente la strada venga punito con un colpo di claxon, magari condito da qualche imprecazione dell’automobilista. Una situazione del genere non accade in Gran Bretagna, dove i guidatori sono estremamente osservanti delle regole stradali: lì le strisce pedonali, considerate dagli inglesi ormai desuete e superflue, sono state sostituite da semplici semafori lampeggianti mentre in altri casi addirittura cancellate.
Un’altra manifestazione dell’individualismo dell’italiano medio proviene dai siti turistici e in particolare dalle spiagge. E non si tratta necessariamente di spiagge estere, ma soprattutto di quelle italiane, nelle quali egli si sente in diritto di lasciare i propri rifiuti, come lattine, bicchieri e altri oggetti di vario tipo. Si potrebbe, in questo caso, parlare di semplice maleducazione, se non fosse invece evidente sintomo di individualismo: i turisti stranieri, magari tedeschi, danesi o olandesi, non sono più educati degli italiani in questo, infatti un’attenta osservazione dei turisti sulle spiagge dimostrerebbe che molto spesso sono alcuni di loro che, trovandosi in Italia, Paese a loro straniero, non sono interessati a mantenerne la decenza, e quindi abbandonano i loro rifiuti nascondendoli (se sono cortesi) nella sabbia; essi tuttavia mai si permetterebbero (andrebbero contro il loro interesse!) di sporcare le loro (eventuali) spiagge, perché oltraggerebbero il loro “habitat”, di cui essi vanno assai fieri. L’italiano, invece, sporca le sue stesse spiagge, perché non sente come propri gli ambienti del suo Paese. L’insensatezza di questo comportamento è evidente: è come se un bambino, abituato colpevolmente a sporcare o rovinare i banchi scolastici perché non sono oggetti suoi, tornasse a casa e cominciasse a fare lo stesso con i mobili casalinghi, e nessuno dicesse niente!
La tendenza a sminuire tutto ciò che è italiano, la consapevolezza che questo suo atteggiamento regala di lui un’idea all’estero tutt’altro che positiva (solitamente dell’uomo rozzo, focoso ma donnaiolo, furbo ma mafioso) non fa che ringalluzzire l’italiano medio, legittimandolo a proseguire in questa discutibile mostra di sé. 
Per quanto concerne il rapporto tra governato e governante, l’italiano, forse comprensibilmente, ha un atteggiamento estremamente rancoroso nei confronti della politica e prova gusto nell’infrangere, per dispetto, le leggi che essa ha promulgato.
Margarethe Von Trotta, nel suo articolo “Insensibili al bene comune” ha parlato di una possibile influenza della classe politica sul comportamento dell’italiano. Questo è plausibile, se si pensa all’atteggiamento di diffidenza che alcuni rappresentanti di tale classe hanno riservato, o riservano tuttora, alla magistratura. Se ci si sofferma, ad esempio, sulla latitanza messa in atto dal carismatico Bettino Craxi, non si può non notare che uno dei più importanti statisti del Paese ha dato mostra di un tutt’altro che socratico rapporto con la giustizia, e non si vede come mai, dice Von Trotta, il concetto di bene comune possa essere compreso da un piccolo impiegato pubblico, quando è invece ignorato dalle alte sfere dello Stato.
Se l’italiano non sempre gode di un’eccellente reputazione all’estero, la situazione non migliora di molto nella penisola, dove viene talvolta evidenziato un poco fraterno rapporto tra connazionali: per esempio, basta dare un rapido sguardo agli annunci di vendita di automobili per accorgersi che, in molte descrizioni di automezzi provenienti da Napoli, il venditore si affretta a precisare: “Automobile proveniente dal Nord!”. Questo è solo un insignificante esempio, ma forse rivela che tra gli italiani regni una sorta di diffidenza, una tendenza a controllarsi a vicenda. 
Riguardo a questo, ho sempre pensato che non mi sarebbe dispiaciuto ci fosse, anche tra gli italiani, uno spirito di complicità costruttiva, l’idea di appartenere tutti a una grande famiglia. Non è un’idea utopica, negli Stati Uniti questo avviene, lì c’è un concetto di patria. Dall’altro lato, non posso far altro che pensare a ciò cui questo “spirito della patria” ha condotto, nella nostra penisola, in un passato abbastanza recente: certamente il fascismo ripudiava l’individualismo, obbligava anzi che si facessero delle imponenti sfilate e organizzava associazioni in cui regnasse uno spirito cameratesco, tuttavia si può pensare che tutto ciò fosse essenzialmente ritualistico, che l’orgoglio della patria fosse una più o meno consapevole finzione, che in realtà ognuno “coltivasse il proprio giardino”. Quest’ultima espressione chiude il Candido di Voltaire, e sebbene in quel frangente fosse usata con accezione positiva, oggi essa suona tremendamente amara: l’individualismo porta in realtà alla mancanza di benessere collettivo, a problemi di tipo sociale difficilmente estirpabili, al disgregamento di un’idea di bene comune. E il caso italiano lo dimostra appieno.

Bruno De Marini, 4As, 2012