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31 mqggio – 6 giugno 2013
Il Gruppo Giovani Fotografi dell’ITIS Righi presenta la mostra fotografica

APPESI A UN FILO

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Giovedì 7 marzo 2013 al Righi di Corsico

Compagnia COMTEATRO
“Di buona … Costituzione”

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Visualizza il reportage fotografico di Alberto Messina, realizzato nell’incontro del 7 marzo 2013.

La Costituzione, le leggi razziali e i giovani
sono i temi centrali dello spettacolo.

di Bruno De Marini, 4As

La Costituzione è il mattone su cui poggia la società. La compagnia Comteatro ha ribadito questo concetto presentando, agli studenti dell’ITIS Righi di Corsico, “Di buona … Costituzione”, spettacolo pensato per un pubblico giovane e volto a far riflettere sull’importanza del “pezzo di carta” che garantisce i diritti ai cittadini.
Gli attori entrano in scena mimando una partita di calcio. I giocatori, però, sono violenti, non rispettano le regole o, meglio, le regole non ci sono. Ben presto smettono di divertirsi. Si immagini, invece, se l’arbitro cominciasse a inventare regole che in modo spudorato avvantaggino una squadra rispetto all’altra. La squadra sfavorita, di certo, protesterebbe, ma – in realtà – anche la squadra avvantaggiata comincerebbe a non divertirsi più. Insomma: nessuno si divertirebbe. Con questa metafora, gli attori introducono il tema del razzismo verso gli ebrei e la conseguente promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Nello spettacolo, il simbolismo si alterna alla narrazione di fatti reali. Il fascismo poté promulgare leggi ordinarie che configgessero con, o addirittura modificassero, lo Statuto Albertino, perché quest’ultima era una costituzione debole. E, in una costituzione di questo tipo, può accadere – ed è accaduto – che, legalmente, alcuni uomini siano considerati “più uguali degli altri”.
Il racconto da parte degli autori diventa a tratti toccante. E’ il caso della lettura di alcuni articoli delle leggi razziali, quelli riguardanti la sospensione degli insegnanti ebrei e i provvedimenti sui matrimoni misti. L’urlo straziante, con cui gli attori leggevano, riusciva a dare allo spettatore il senso di smarrimento e di allontanamento dalla giustizia che quelle leggi sancirono. 
Trovano spazio, nello spettacolo, riferimenti alle opere orwelliane “1984” e “La fattoria degli animali”. Da quest’ultima è ripresa la metafora dei maiali i quali, dopo aver incitato il popolo a ribellarsi all’oppressore, ne divengono spietati tiranni. E’ evidente, in questo caso, il riferimento alla strumentalizzazione dei valori di uguaglianza da parte del dittatore Stalin. 
Molto coinvolgente è anche la narrazione dei soprusi cui i soldati nazisti sottoponevano i detenuti ebrei nel carcere di San Vittore. 
Tuttavia, credo che il momento più interessante sia stato quello in cui vi è il collegamento tra il presente e il passato: è possibile che le atrocità, che si sono verificate e che noi tutti condanniamo, si ripresentino sotto diverse forme senza che noi ce ne accorgiamo?
La riproduzione, da parte degli attori, di un’intervista all’europarlamentare leghista Borghezio sembra rispondere a questa domanda. “Qualche proiettile in culo agli extracomunitari può solo fargli bene!”. Qualche studente, purtroppo, esulta; altri sembrano scossi.
È forse questo il punto più alto dello spettacolo, perché fa riflettere sul fatto che alcuni terribili ideali, che erano sostenuti allora, lo siano anche oggi. È accettabile che qualche signore vestito di verde possa cominciare a scalfire il mattone su cui poggia il nostro Stato? Mai questo avvenga! Gli attori, a questo proposito, leggono alcuni testi di Piero Calamandrei, tra cui “Discorso sulla Costituzione”, nel quale l’onorevole invita i giovani a onorare e proteggere la Costituzione, anche per rispetto a coloro che, poco più che adolescenti, hanno perso la vita per il riconoscimento della libertà e dei diritti di ogni individuo. 
Dove è nata la Costituzione, se non “nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati?”. A quei giovani deve andare la mente quando si pensa a questo importantissimo testo garante della libertà. 

Ed è proprio “La libertà” di Giorgio Gaber a chiudere lo spettacolo. Forse a simboleggiare la frase “libertà è partecipazione”, gli attori mimano il lancio di un pallone verso gli spettatori. Quasi a dire: “ora tocca a voi”.

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Non solo un’occasione per parlare di regole e leggi

di Bruno De Marini, 4As, 2013

Giovedì 7 marzo è stato portato in scena nell’aula magna dell’omnicomprensivo  di Corsico lo spettacolo “Di buona … costituzione “ scritto ed interpretato dalla compagnia teatrale COMTEATRO che spesso ha partecipato a rappresentazioni nello stesso istituto.
Lo spettacolo, come si evince dal titolo, incoraggia i ragazzi ad Amare e Rispettare la costituzione italiana, sottolineando come essa sia stata ottenuta con molti sacrifici, per questa ragione, è  una delle costituzioni più solide ed importanti del mondo.
A parer mio, lo spettacolo possiede grandi pregi: ad esempio utilizza espedienti di facile comprensione per il pubblico di ragazzi (ne è un esempio la partita di calcio senza regole, che rappresenta infatti un mondo senza massime in cui risulta impossibile vivere e convivere) che si è mostrato concentrato e attento allo spettacolo. In secondo luogo il messaggio , l’obiettivo dello spettacolo è arrivato alla platea chiaro e preciso, grazie  all’utilizzo un linguaggio di facile comprensione.
Ma quale era il vero obiettivo dello spettacolo? Senza dubbio l’argomento principale è il CAMMINO della costituzione italiana, dalla nascita dello Statuto Albertino, alle leggi razziali , alla costituzione moderna.  Ma, inevitabilmente, per parlare dell’inadeguatezza di una costituzione ottriata come lo Statuto Albertino di fronte alle terribili idee del nazi/fascismo lo spettacolo pone anche l’attenzione sul razzismo .
Secondo il mio parere la sensibilizzazione dei ragazzi sulle NUOVE forme di razzismo (rappresentata ad esempio dal quadro dell’intervista all’onorevole quaquaraqua) è stato il punto focale e il più coinvolgente di tutta la rappresentazione. Di notevole impatto sul pubblico è stata la lettura delle leggi razziali che hanno inevitabilmente scosso i ragazzi , provocando imbarazzo tra i presenti, poiché tutti hanno pensato come sia stato possibile che solamente 60 anni fa, quelle leggi facevano parte della vita di tutti i giorni.
La “buonissima” costituzione italiana è stata ottenuta dopo anni di guerre e richieste, dopo un genocidio e quindi inevitabilmente col sacrificio di numerose vite umane, perciò va rispettata, onorata e seguita, lo spettacolo mira dunque a far sorgere ad ogni spettatore la consapevolezza che la costituzione non è solo un pezzo di carta comune, ma è il risultato di un percorso importante, e di fatto bisogna solo guardare avanti e cercare di migliorarla, ricordando gli errori del passato e facendo attenzione a non ricaderci.

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Gherardo Colombo attacca la Scuola:
“Insegnanti dittatori e autoritari! Via la cattedra”

di Bruno De Marini


In un incontro con gli studenti parla di legalità, libertà e regole, e si sbilancia sulla scuola:
“gli alunni si valutino a vicenda!”

Visualizza il reportage fotografico di Alberto Messina, realizzato nell’incontro del 17 gennaio 2013.

Colombo all'Itis Righi (foto di Alberto Messina, 5Ae)

Colombo all’Itis Righi (foto di Alberto Messina, 5Ae)

CONVERSAZIONE CON GLI STUDENTI

Il 17 gennaio 2013 si è recato all’istituto Augusto Righi di Corsico l’ex giudice Gherardo Colombo, brillante magistrato che, insieme con Di Pietro, Davigo e altri, ha ricoperto un ruolo di punta nelle indagini di Mani Pulite e che da ormai diversi anni si reca nelle scuole per tenere lezioni sulla legalità.
Lo fa in un modo molto particolare, ponendosi sullo stesso livello degli studenti, ai quali in effetti dà del “lei”; “purché mi si rispetti e si osservi un rigoroso silenzio”, tiene a precisare.
L’ex giudice, voglioso di catturare l’attenzione dei ragazzi che si sono, per l’occasione, radunati in aula magna dalla classe terza in poi, comincia parlando del rapporto tra regola e limitazione. “Ma voi fate i salti di gioia nel seguire le regole oppure vi lasciate andare a un sonoro uff! ?”.  Colombo raccoglie le opinioni dei giovani e “dà il cinque” a coloro che interloquiscono con lui; qualche volta saluta col pugno chiuso …  No, non pensate al comunismo! Si tratta di un goliardico saluto giovanile che prevede si scontrino i pugni delle due persone, dopo aver “dato il cinque”. Atmosfera molto amichevole quindi, ma non del tutto spontanea.

LA LIBERTÀ
Il discorso si sposta sul concetto di libertà. Vuol dire fare quel che si vuole? “Vuol dire saper scegliere” conclude Colombo dopo aver discusso a lungo con gli studenti. E motiva: “Se io voglio mangiare una pizza, e non conosco Corsico, devo necessariamente farmi consigliare una pizzeria e dipendo dalla persona a cui mi rivolgo. Non sono autonomo! Lo stesso accade nella vita”. Se non si può scegliere, non si è liberi e si vive in una dittatura bella e buona. È per questo che bisogna andare a scuola fino ai 16 anni, perché prima non si conosce abbastanza da poter scegliere. “Un bimbetto di 2 anni può scegliere di imparare a camminare?” stuzzica il giudice. “Ma allora è una dittatura anche quella!” risponde un arguto studente, “al bambino viene imposta una certa educazione!”. Replica il giudice più o meno così: “Beh si, ma il bimbo mica è scemo: non gli viene imposto di imparare! Lo fa soprattutto per imitazione di ciò che lo circonda!”. La discussione prosegue, e qualche studente sembra stare al gioco del magistrato e prova gusto nel metterlo in difficoltà. L’attenzione cala un po’.

COLOMBO SULLA SCUOLA

Forse per questo Colombo decide di dire la sua sulla scuola, così il pubblico ministero ormai in pensione si rimette la toga e sentenzia: “La scuola dovrebbe educare al confronto, non bisogna inculcare nei ragazzi le nozioni. Nella scuola c’è una dittatura degli insegnanti. Bisogna mettersi sullo stesso piano degli studenti, per stimolarli!”. Gli studenti sono stupiti, alcuni si risvegliano increduli da un sonno scandito in sottofondo dal fluente eloquio dell’illustre personaggio. Colombo riprende e dice pressappoco così: “Abbasso la gerarchia, aboliamo la cattedra!”. Giusto! Troppo spaziosa, meglio un banco. Tutto qui? No! Rincara la dose: “Se uno studente entra in ritardo, riceve la nota! Se lo fa la prof, lei dice: <Scusate il ritardo> e finisce lì”. “Ragazzi miei, voi vi prendete la nota, però dovete agguantare la prof ritardataria e portarla dal preside!”. 
Scatta l’applauso. “Non applaudite, o potreste ricevere ritorsioni!” aggiunge ironico, e forse un po’ compiaciuto, il magistrato, ormai esperto nell’arte della demonizzazione degli insegnanti. 
I prof pensano che l’accusa sia conclusa, ma il meglio deve ancora arrivare: “Non vedo perché ogni studente non possa essere valutato non solo dall’insegnante, ma anche dai suoi compagni che hanno assistito all’interrogazione”. Nessuno ha osato chiedere a Colombo perché i carcerati allora vengano giudicati dal giudice e non dai compagni di cella. Un’insegnante espone qualche critica al magistrato, il quale, molto umilmente, risponde: “io ne so di scuola più di qualsiasi professore e persino dei ministri! Sono stato in 1700 istituti scolastici, io!”. Per chi ancora non lo sapesse, fare due ore di autorevole conversazione vuol dire insegnare.

LE CARCERI

Accortosi che il ’68 è passato da un pezzo e che il 18 politico non lo chiede più nessuno, Colombo cambia argomento e si focalizza sulle carceri: “voi usate, nei confronti dei carcerati, la stessa logica dittatoriale che gli insegnanti riservano a voi!”. “Infatti, vorreste che i criminali si consumassero in prigione, quando invece ci vuole la rieducazione!”. Un giovane attacca: “Ma perché devo pagare affinché la cella di un carcerato sia comoda quando lui ha ucciso una persona, privandola del diritto sacrosanto alla vita?”. Il magistrato replica infervorato: “Tu paghi molto meno per il carcerato, di quanto lo Stato paghi per la tua istruzione! E se non studi, tu costringi lo Stato a gettare via molti più soldi di quanti non sia costretto a sprecarne per il criminale!”. Si accorge di averla detta grossa e rimedia: “certo, certo, uccidere un uomo è molto, molto, molto più grave di non studiare … Ma comunque ti sembra rispettoso della libertà e rieducante che un uomo sia costretto dietro le sbarre?!?”. Di nuovo un ragazzo: “E allora, dove dovrebbero essere messi i criminali secondo lei?”. Il magistrato qui arranca: “Beh … se sono pericolosi, devono essere messi in un altro luogo, in modo che non possano fare del male …”. Dove? Su una nuvola? Questo nessuno lo ha compreso.

ESPERTO DELLA SCUOLA?
In conclusione, l’indiscutibile arguzia del giudice Colombo lo autorizza a esprimersi in ambiti riguardo ai quali evidentemente non ha esperienza? Durante tutto l’incontro Colombo ha sostenuto che il problema della società derivi dal fatto che le persone, quando riflettono, compiono un enorme errore: si riferiscono all’Italia del passato, e non a quella del presente. E la scuola a cui fa riferimento Colombo, nella quale sostiene che vi siano ferree gerarchie e che l’insegnante non faccia che inculcare delle nozioni negli studenti, coincide con la reale scuola di oggi?  Forse, per quanto riguarda l’istituzione scolastica, nell’errore di cui parlava è cascato persino lui.

Da sinistra: i magistrati Colombo, Di Pietro e Davigo ai tempi dell'inchiesta di Mani Pulite.

Da sinistra: i magistrati Colombo, Di Pietro e Davigo ai tempi dell’inchiesta di Mani Pulite.

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DONNA CORPO ANIMA

30 MAGGIO 2012 – ORE 20:30

AULA MAGNA OMNICOMPRENSIVO

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CONCERTO DI FINE ANNO

30 MAGGIO 2012 – ORE 20:30

AULA MAGNA OMNICOMPRENSIVO

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Incontro con Giuseppe Catozzella

Mercoledì 9 maggio 2012 – Ore 10:00

Aula Magna Istituto Omnicomprensivo, Corsico

METTIAMOCI LA FACCIA…
Insieme per la legalità, per il rispetto delle intelligenze, dai meriti, del lavoro…

Conversazione con Giuseppe Catozzella, scrittore e giornalista, autore di “Alveare” e “Fuego”.

Giuseppe Catozzella è nato a Milano dove si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano con Stefano Zecchi e Carlo Sini, con una tesi sulla Logica in Nietzsche. Dopo aver trascorso un lungo periodo a Sydney è tornato a vivere a Milano.

Lo chiamano il Saviano di Milano e la vita e il vissuto di Giuseppe Catozella sono sicuramente segnate dalla mafia, segnate in modo profondo e viscerale.
Quando lo si sente parlare si capisce quanto abbia vissuto in prima persona il problema; a quattordici anni assiste a un duplice omicidio, questo fatto gli cambierà la vita, in quell’occasione prende coscienza di quanto il fenomeno mafioso sia vicino a lui e quanto sia ben insediato nel territorio.
Le storie che ha raccontato sono dure, ho faticato a credere che a pochi chilometri da casa mia si fossero verificati delitti d’onore e faide tra famiglie mafiose.
Sentire Catozella parlare ti riporta alla realtà delle cose: 130 incendi dolosi, 70 attentati con esplosivo. Questo è il bilancio degli ultimi sei mesi nel territorio di Milano e hinterland. Non solo: l’ndrangheta è infiltrata negli appalti, nelle amministrazioni, nelle discoteche.
È possibile porre fine al fenomeno mafioso in Italia? Credo che sia difficile molto difficile, ma l’errore che non si deve commettere è quello di lasciar perdere, di dare partita vinta al sistema mafioso.
Bisogna, però, che si cooperi tutti insieme: intellettuali, cittadini, forze dell’ordine e istituzioni, perché insieme si può riuscire a debellare questo cancro che ha avvolto e avvolge l’Italia da tempo.
Tutti i fatti e le storie raccontate da Catozella sono contenute nel suo libro denuncia “Alveare” edito da Rizzoli nel 2011.

 Testo e foto di Alberto Messina, 4Ae

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Incontro con Björn Larsson

Lunedì 12 marzo 2012 – ore 11.15 – Aula di musica.

Il tema dell’incontro è il Male nel novecento, sviluppato seguendo il pensiero della filosofia del secolo scorso
e in particolare di Hannah Arendt.
Questo percorso ha trovato, nella lettura da parte degli studenti del libro di Larsson “L’occhio del male”,
un utile e proficuo stimolo alla riflessione.
Partecipano all’incontro gli alunni della 4Ast, 5Ast e 5Bst.

Björn Larsson, nato nel 1953, scrittore, traduttore, filologo, critico e appassionato navigatore è tra i più noti scrittori della letteratura scandinava contemporanea.
Insegna letteratura francese all’Università di Lund in Svezia e vive tra la Danimarca, Gilleleje, vicino al mare e Helsinborg, in Svezia, a mezz’ora di treno da Lund, dove ha un piccolo appartamento lontano dall’ambiente universitario per quando di trattiene in Svezia. Spesso vive anche a bordo della sua barca a vela Rustica.
In italiano sono stati tradotti  “La vera storia del pirata Long John Silver”, “Il cerchio celtico”, “Il porto dei sogni incrociati”, “L’occhio del male”, “La saggezza del mare”, “Il segreto di Inga” tutti pubblicati da Iperborea.

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Incontro con Fabio Geda
Lo scrittore non è un lavoro, è una passione.

Lo scrittore Fabio Geda ha incontrato gli alunni delle classi 2D, 2B e 3B per dialogare sul suo libro Nel mare ci sono i coccodrilli, che ha venduto più di 220.000 copie in tutta Italia ed è stato tradotto in 30 paesi diversi.
Giunto da Torino al Righi di Corsico, si è presentato agli alunni come una persona semplice e molto interessante, che si sentiva molto più a suo agio parlando in mezzo a noi che dietro a una cattedra. Rispondendo alle numerose domande poste dagli studenti ha raccontato di come, da laureando in grafica pubblicitaria, si sia appassionato al campo sociale e umanitario. Lavorando come educatore in un centro per ragazzi in difficoltà ha conosciuto Enaiatollah Akbari, giovane attualmente di ventidue anni, di provenienza afgana. Attorno alla vicenda straordinaria di lui bambino è nato questo incredibile libro.
Ciò che ha entusiasmato lo scrittore è stata la serenità e la speranza di vita a dir poco sorprendenti di Enaiatollah che non si è mai lamentato di ciò che gli è accaduto.
Ciò che ha più colpito noi studenti è la risposto alla domanda di un alunno riguardo al mestiere dello scrittore: “Non è che c’è una scuola nella quale ti iscrivi per diventare scrittore poi un’università per fare lo scrittore. Si diventa scrittori perché si ha passione. Lo scrittore non è un lavoro è una passione che nasce e si coltiva”.


Fabio Geda ha anche parlato di come sia stato complicato e difficile scrivere un libro nel quale lui non era il “dio onnipotente” che sceglieva i personaggi e faceva far fare loro tutto quello che voleva. In questo libro ha dovuto essere contemporaneamente Fabio, che ha scritto la storia, ed Enaiat che l’ha vissuta in prima persona, il quale l’aveva pregato di raccontare con i suoi occhi di bambino afgano e non con quelli dell’uomo colto occidentale.


Ha lavorato al suo testo per nove mesi al fine dei quali ha pubblicato il libro per Baldini Castoldi Dalai Editore (leggi recensione); con tutto il ricavato, Enaiat (che ora vive in prossimità di Torino) ha iniziato a studiare nella facoltà di Scienze Politiche a Torino.

Hanane Chahir, 2D

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Fabio Geda è nato e vive tuttora a Torino. Si è laureato in scienza della comunicazione, nonostante abbia sempre amato la letteratura. Adora ogni forma di racconto, come il cinema, i fumetti, la fotografia, i libri; ma soprattutto adorava scrivere e i primi suoi libri sono nati dalle sue letture.
Mentre frequentava l’università, nel 1998, ha iniziato a vivere con dei suoi compagni di corso e un giorno, vedendo sotto casa dei ragazzi albanesi tremare dal freddo, decise insieme ai suoi compagni di offrire a loro un tetto dove dormire la notte.
Con il tempo lui e i suoi compagni di università aprirono un centro di ritrovo per i senza tetto e ispirato da questa attività iniziò a scrivere il suo primo libro, “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”.
Questa storia inventata piacque molto ai lettori e, presentando il suo libro in giro per il mondo, conobbe Enaiatollah Akbari, un ragazzo afghano, che gli raccontò la sua triste storia in un modo talmente sereno e fiducioso che l’autore gli affidò la scrittura del libro. Enaiatollah, non sapendo scrivere, chiese a Geda di farlo per lui, ma questo impiegò due anni per trovare il coraggio di accettare la proposta, perché non voleva “inquinare” la vicenda con il suo punto di vista.
La stesura del libro durò nove mesi, e i primi incontri tra Geda e il ragazzo furono dedicati allo studio dell’Afghanistan; i successivi mesi di incontri furono basati a mettere in ordine le disavventure di Enaiatollah. Il libro è scritto in prima persona poiché l’avventurosa vicenda doveva sembrare narrata dal protagonista.

Martina Giura, 2Asa

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Durante l’incontro con lo scrittore Fabio Geda, si è voluto subito specificare il fatto che non si nasce scrittore, pittore, musicista, cantante ecc.. ma lo si diventa più tardi dopo aver scoperto le proprie passioni; infatti lui non aveva assolutamente intenzione di essere ciò che oggi è diventato, ma voleva fare il pubblicitario.
Dopo aver conseguito la sua laurea, lavorò in una comunità che si occupava dei disagi giovanili, dei problemi della crescita e dell’educazione dei bambini.
Egli, dopo aver scritto un libro sull’emigrazione dettato dalla fantasia, conobbe un ragazzo di nome Enaiatollah Akbari. Era un rifugiato politico fuggito dall’Afghanistan di cui Geda avrebbe raccontato nel libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” pubblicato nel 2010.
Tutte le storie di migrazione sono uguali, ma il modo di raccontarla di quel ragazzo faceva intendere la sua speranza e la sua fiducia nel futuro. È stato molto impegnativo scrivere questo libro, perché oltre a dover presentare un personaggio che rispecchiasse aveva viaggiato documentandosi su internet. Inoltre lo scrittore non sapeva come regolarsi col tempo, perché oltre a non conoscere la reale durata del suo viaggio, non poteva sapere nemmeno quanti anni avesse il ragazzo e fece molta fatica nel cercare di far riaffiorare i ricordi in Enaiatollah.

Stefano Toneatto, 2Asa

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Incontro con Antonio Incorvaia

Lo scrittore milanese (37 anni), si è recato nel mese di novembre alla nostra scuola per rispondere alle domande degli studenti di alcune classi.

L’intervista verteva principalmente sul suo ultimo libro, School Rocks – La scuola spacca, ma il discorso si è esteso e si è finiti per parlare della società e del rapporto – non sempre idilliaco – tra giovani e adulti.

Alla domanda “A chi è rivolto il libro?”, Incorvaia ha indicato gli studenti, ma anche gli insegnanti e i genitori. Si tratta di entità molto connesse: gli studenti devono comprendere che lo studio serve, gli insegnanti devono aiutarli in questo, adottando un nuovo modo di proporre gli argomenti, e i genitori non devono colpevolizzare i propri figli se si intrattengono nel guardare i talent-show, perché anche quello può significare imparare.

Incorvaia ammette, tuttavia, di non conoscere l’evoluzione (o l’involuzione) che ha riguardato la scuola odierna rispetto a quella frequentata da lui. Afferma di conoscerne però i programmi e di aver notato essere rimasti invariati. Auspica che la scuola italiana apprenda dalla scuola estera, in cui l’utilizzo di social network è integrato con l’insegnamento. In definitiva, Incorvaia ritiene che troppo spesso gli studenti pensino a Google, Youtube e agli altri siti come qualcosa in sostituzione della scuola, e perciò lo utilizzino in modo superficiale, senza soffermarsi troppo su ciò che leggono. Anche la frequentazione di tali siti – ribadisce lo scrittore – significa conoscere, rapportarsi col mondo esterno.

L’autore di School Rocks trova che la scuola debba adottare nuovi metodi e ne cita alcuni: il computer, la musica, il cinema, il teatro. L’approccio generale deve cambiare: la scuola dovrebbe partire dai temi strettamente scolastici per poi aprirsi al mondo esterno. L’esempio di Incorvaia: l’amore è un tema eterno, che ha riguardato da vicino gli adolescenti di tutte le epoche; è interessante notare come ha trattato tale argomento il padre della lingua italiana, Dante Alighieri.

LA FATICA

Su suggerimento di qualche studente, Incorvaia introduce poi anche il concetto della fatica. Lo studente ritiene che la fatica sia opportuna “se ciò che faccio mi piace o mi serve”. Un videogioco costa fatica, ma diverte, piace.
La scuola impone, invece, di imparare un argomento anche se questo non dovesse piacere e sebbene il suo apprendimento non presenti un’utilità pratica immediata. La soluzione appare semplice allo scrittore, il quale ritiene che stia agli insegnanti mostrare che la scuola può piacere e al contempo servire.

GIOVANI E ADULTI

Poi il discorso si amplia, si parla della società: “la società è gestita da ultrasessantenni, i quali non conoscono il mondo dei giovani e sono inclini a demonizzarlo”, sostiene Incorvaia. La frase “la colpa è di internet se c’è il bullismo” è considerata impropria dallo scrittore, il quale obietta che il bullismo esisteva anche cent’anni fa.

Alla domanda sul perché avesse citato nel suo libro diversi personaggi famosi, Incorvaia risponde che serve a far capire che esiste un legame, una continuità tra la scuola e il mondo esterno. Tiene tuttavia a precisare che il suo libro non è il solito saggio che spiega come si studia; sarebbe l’ennesima “palla colossale” che la società usa per controllare l’atteggiamento dei ragazzi.

Infine, si è parlato del fatto che a una proibizione (imposta dal genitore) solitamente non segue alcuna propositività. “Fate cambiare idea ai vostri genitori”, invita Incorvaia. “Essi”, conclude lo scrittore, “non devono pensare che Facebook sia solo quello che c’è scritto sui giornali”.

Bruno De Marini, 3Ast

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Il giorno 15 novembre 2011 abbiamo incontrato uno degli autori del libro “School Rocks – La scuola spacca”, Antonio Incorvaia. L’incontro si è svolto nell’aula ex-biblioteca della nostra scuola.
Dal libro è venuta la proposta di trovare un nuovo modo di insegnare per spingere i ragazzi a scoprire il piacere di imparare, cercando di ragionare per temi e problemi e non per singole materie.
L’idea del libro “La Scuola Spacca”, è nata dai dibattiti sul primo libro dove si è parlato del motivo per cui si studia.
Tra la nostra vita di tutti i giorni e la cultura trasmessa dagli insegnanti c’è un legame diretto e molto forte che spesso noi ragazzi non vediamo. Si può partire da Lady Gaga per arrivare a Platone e viceversa.
A tal proposito, l’autore ci ha proposto l’esempio della televisione che viene spesso visto dagli insegnanti come “un mostro” per via dei reality show e perché propone cattivi modelli di vita come Corona.
L’autore ci ha inoltre parlato della “scuola 2.0” che introduce metodi innovativi d’insegnamento più efficaci e meno noiosi, anche se ha detto che è bene studiare anche importanti autori del passato come Manzoni, perché è alla base della formazione della lingua italiana.
La professoressa ha inoltre aggiunto che la scuola, anche se lentamente, sta cercando di avvicinarsi alle nuove tecnologie che rendono lo studio più avvincente. Incorvaia ha anche dichiarato che la scuola dovrebbe insegnare ad ascoltare, per evitare episodi come quelli che si vedono in televisione quando una persona parla sull’altra alzando la voce, senza lasciare spazio alle opinioni altrui e senza ascoltare veramente.

Alessandro Bressanin e Stefano Toneatto, 2Ast

Da quale idea è nato il libro?
Il libro è nato dall’idea di voler unire la vita scolastica con quella al di fuori della scuola. Sono due mondi vicini ma lontani, poiché qualsiasi persona al di fuori della scuola ha una seconda vita.

Qual’è il target?
Inizialmente il target comprendeva i ragazzi ma poi, avendo avuto un impatto con i lettori e avendo ascoltato le loro opinioni, si è capito che potesse interessare sia adulti che ragazzi.

Che impatto ha avuto sui giovani?
L’impatto è stato buono sia sugli adulti che sui giovani.

Quale messaggio volevate mandare?
Volevamo far capire ai nostri lettori che non bisogna fermarsi alle apparenze, ma che bisogna saper guardare più in fondo perché quest’apparenza nasconde sempre un secondo significato

Perché questo titolo?
Il titolo è stato preso in un certo senso dal linguaggio giovanile. Al giorno d’oggi il termine SPACCA sta a indicare un qualcosa di rilevante successo, ma contrariamente anche qualcosa che si “rompe”. Abbiamo voluto creare questo gioco tra qualcosa che funziona e qualcosa che non funziona. Non voleva sicuramente essere un’imitazione del linguaggio giovanile.

Quali sono i vostri autori preferiti? Perché?
(Parla a nome suo l’intervistato) Ai tempi della scuola ero un pessimo lettore e leggevo solo quello che mi interessava. Fra gli autori che preferivo e preferisco ci sono Oscar Wilde e Gabriele d’Annunzio.

Quanto tempo avete dedicato per scrivere il libro?
Abbiamo impiegato circa 6 mesi: da Gennaio fino a Giugno di quest’anno (2011). Abbiamo lavorato principalmente di notte poiché il nostro lavoro è un altro. Ci siamo dovuti documentare molto, sia per i personaggi antichi che per quelli del periodo contemporaneo e moderno

Quale obbiettivo volete raggiungere?
Vogliamo raggiungere l’obiettivo di spingere gli insegnanti ad utilizzare nuovi metodi.

Scrivere può essere divertente?
Scrivere “deve” essere divertente anche se a volte scrivere può essere un modo per trovare sollievo dalle situazioni difficili.

Il libro è realistico?
Il libro è certamente realistico ma piuttosto complesso.

Il vostro libro fa riflettere?
Ci si augura che questo libro faccia riflettere poiché è questo l’importante. Vogliamo soprattutto far riflettere facendo divertire.

Quali sono le opinioni dei lettori sul vostro libro?
Fino ad oggi le opinioni sono state buone tranne per una giornalista del corriere.it che lo ha definito un libro “dadaista”. Noi invece pensiamo che anche le provocazioni possono essere stimolanti.

Prima di scrivere avete fatto un corso?
No, e come dice un antico proverbio: “la miglior scuola è la vita, il miglior corso è la vita”.
Abbiamo scritto il libro solo e soltanto dopo aver ascoltato i giovani, le loro opinioni e i loro progetti; abbiamo ascoltato qualsiasi cosa da cui si può avere una crescita. Riteniamo però che poche persone al giorno d’oggi siano capaci di ascoltare e così facendo non sono nemmeno capaci di trovare un confronto tra loro e il mondo circostante.

Ci potrebbe dare tre buone ragioni per leggere?
Imparando a leggere si impara a scrivere. Saper scrivere è alla base di ogni cosa, sia a scuola che fuori.
In ogni libro c’è qualcosa di noi
Senza rendercene conto leggiamo in qualsiasi momento della giornata; dai cartelli stradali ,ai libri di scuola ai social network… Insieme a tutto questo dobbiamo cercare, però, di leggere i libri perché fanno crescere.

Intervista raccolta da Carlotta Fiati e Martina Giura, 2Ast

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